RIAD — Un drone, il cielo a sud della Mecca, un annuncio all’alba. Le difese aeree saudite hanno intercettato e distrutto martedì un velivolo senza pilota — lanciato, secondo Riad, dai ribelli yemeniti Houthi alleati dell’Iran — prima che entrasse nello spazio aereo interdetto sopra la città più sacra dell’islam. Lo ha annunciato all’alba di mercoledì (la notte in Italia) il portavoce della coalizione militare a guida saudita che combatte gli Houthi, il generale di brigata Turki al-Malki, riferisce Reuters.

La sicurezza dei due luoghi santi dell’islam e dei pellegrini, ha detto al-Malki, è una «linea rossa»: la coalizione «prenderà le necessarie misure di deterrenza». È la seconda volta che un ordigno punta sulla Mecca: la prima fu un missile balistico, nel luglio 2017. Ma stavolta il contesto è un’altra cosa: sei mesi di guerra tra Stati Uniti e Israele da una parte e Iran dall’altra, lo Stretto di Hormuz chiuso, gli Houthi padroni di isole e tratti di costa sul Mar Rosso. Il drone sulla città santa non è un episodio: è il punto in cui la guerra regionale tocca il cuore simbolico del regno.

Che martedì fosse una giornata ad alta tensione, Riad lo sapeva. Le autorità avevano diffuso allerte di sicurezza in varie zone del Paese, Mecca compresa. Nelle stesse ore droni e missili Houthi hanno colpito tre città nel sud del regno, ferendo 13 persone; il governo saudita ha promesso una risposta «ferma». Poi, nella notte, l’annuncio dell’intercettazione.

Chi ha lanciato davvero quel drone? Gli Houthi negano ogni coinvolgimento, come già negarono nel 2017. Riad non ha dubbi e ha incassato la condanna dell’Organizzazione della cooperazione islamica, il blocco dei 57 Paesi musulmani. Ma c’è un dettaglio che complica il quadro: per gli attacchi alle proprie infrastrutture petrolifere della scorsa settimana il regno accusa non gli Houthi, bensì milizie irachene. I fronti si moltiplicano, e le paternità si confondono.

Yanbu, il petrolio fermo

Perché la posta non è solo simbolica. L’Arabia Saudita ha tagliato le forniture di greggio all’Europa, cancellando alcuni carichi con imbarco a settembre e sospendendo i caricamenti al porto di Yanbu, sul Mar Rosso: i prezzi dei cargo hanno superato i 120 dollari al barile, mentre Aramco — la compagnia petrolifera di Stato — non commenta. Tutto nasce dall’attacco del 10 settembre all’oleodotto Est-Ovest, la conduttura di 1.200 chilometri che porta 7 milioni di barili al giorno dai giacimenti orientali fino a Yanbu, chiusa da venerdì 11.

L’oleodotto resterà in gran parte fuori servizio per diverse settimane, scrive Associated Press; le immagini satellitari mostrano l’entità dei danni. Da Yanbu, intanto, non è partita una sola nave di greggio saudita dall’11 settembre, e le scorte nel porto bastano per circa cinque giorni. Il regno prova a compensare dal Golfo: nella settimana dal 7 al 13 settembre da Ras Tanura e Juaymah sono salpati 22 milioni di barili su 12 navi, il doppio delle settimane precedenti. Non basta: le esportazioni complessive del Golfo viaggiano tra 7 e 9 milioni di barili al giorno, il 30-40 per cento dei volumi prebellici, in parte su petroliere che navigano a trasponditori spenti.

L’onda arriva fino in Europa. La polacca Orlen — che dal 2022 compra da Aramco il 40 per cento del proprio greggio — sta cercando forniture alternative nel Mare del Nord, pur assicurando che le consegne alle raffinerie proseguono. Ma se Yanbu resta chiusa, la coperta si accorcia per tutti.

La paura di Bab el-Mandeb

C’è poi il timore più grande: che dopo Hormuz si chiuda anche Bab el-Mandeb, lo stretto tra Yemen e Gibuti da cui passa il traffico tra Mar Rosso e Oceano Indiano. «Il mondo soffre già abbastanza» per la chiusura di Hormuz, ha avvertito un alto funzionario degli Esteri del Qatar, Ibrahim Al Hashmi: un blocco di Bab el-Mandeb sarebbe «catastrofico per il mondo intero». L’escalation lungo la costa occidentale yemenita ha già sfollato oltre 100.000 persone dentro lo Yemen, secondo l’agenzia Onu per i rifugiati; altre migliaia sono fuggite via mare verso Gibuti.

Riad, intanto, muove la diplomazia. Il principe ereditario Mohammed bin Salman, l’uomo forte del regno, è arrivato al Cairo per incontrare il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, secondo i media di Stato egiziani: l’Egitto, che controlla Suez e vive dei pedaggi del canale, ha nel Mar Rosso lo stesso identico incubo saudita.

Restano i punti che non tornano. Se il drone non era degli Houthi, chi voleva la Mecca nel mirino? E se lo era, perché negarlo, dopo aver rivendicato per mesi attacchi in tutto il regno? Una cosa è chiara: chi ha puntato la città santa non cercava un bersaglio militare. Il re saudita porta il titolo di «custode delle due sacre moschee», Mecca e Medina: colpire lì significa colpire la legittimità stessa della dinastia davanti a un miliardo e mezzo di musulmani. Quali siano le «misure di deterrenza» promesse da al-Malki, e dove cadranno, è la domanda che da questa mattina tiene sveglio il Golfo.