Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha ricevuto al Cairo il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman per discutere della sicurezza regionale e delle crescenti tensioni nel Mar Rosso, mentre gli attacchi degli Houthi minacciano le infrastrutture saudite e continuano a pesare sul traffico attraverso il Canale di Suez.
Al-Sisi ha definito la sicurezza dell’Arabia Saudita parte integrante di quella egiziana. I due Paesi condividono infatti un interesse strategico nella protezione del Mar Rosso e di Bab el-Mandeb, passaggio fondamentale sia per le esportazioni saudite sia per il traffico diretto verso il Canale di Suez.
Per l’Egitto la crisi ha già prodotto conseguenze economiche rilevanti. Nell’anno finanziario 2025-2026 le entrate del Canale di Suez sono scese a circa 4,67 miliardi di dollari, quasi la metà rispetto ai livelli precedenti agli attacchi contro la navigazione commerciale. Numerose compagnie hanno deviato le proprie navi attorno al Capo di Buona Speranza, allungando i tempi di percorrenza e sottraendo al Cairo un’importante fonte di valuta estera.
Anche l’Arabia Saudita è sottoposta a una crescente pressione. Gli Houthi hanno dichiarato di avere lanciato decine di missili e droni contro la base aerea Re Khalid di Khamis Mushait in risposta alle operazioni saudite nello Yemen. Allarmi e attacchi hanno interessato anche Abha, Taif e altre località, mentre le autorità saudite devono proteggere contemporaneamente città, basi militari, raffinerie, oleodotti e terminal portuali.
Riad dispone di una netta superiorità tecnologica e di avanzati sistemi di difesa aerea, ma la guerra asimmetrica consente agli Houthi di utilizzare missili e droni relativamente economici per costringere le difese saudite a impiegare intercettori molto più costosi. Se gli attacchi dovessero proseguire, la disponibilità delle munizioni difensive e la capacità di sostituirle diventerebbero elementi centrali della risposta saudita.
Il sostegno egiziano difficilmente si tradurrà tuttavia in un intervento terrestre nello Yemen. Il Cairo conserva l’esperienza della guerra combattuta tra il 1962 e il 1967, quando decine di migliaia di militari egiziani furono impegnati nel Paese. L’Egitto può invece fornire cooperazione navale, intelligence, sorveglianza e coordinamento politico, mantenendo l’obiettivo dichiarato di una soluzione negoziata del conflitto.
La crisi coinvolge contemporaneamente i due principali passaggi marittimi della regione. Attraverso lo Stretto di Hormuz transita una parte rilevante delle esportazioni energetiche del Golfo, mentre Bab el-Mandeb collega l’Oceano Indiano al Mar Rosso e quindi al Canale di Suez. Le difficoltà dell’oleodotto saudita Est-Ovest hanno inoltre ridotto la capacità di Riad di utilizzare pienamente la propria alternativa terrestre a Hormuz.
Un prolungamento delle tensioni potrebbe mantenere elevati i prezzi energetici e i costi assicurativi e spingere altre compagnie di navigazione a evitare il Mar Rosso. Le conseguenze ricadrebbero contemporaneamente sull’Arabia Saudita, attraverso maggiori difficoltà nelle esportazioni, e sull’Egitto, attraverso una nuova contrazione delle entrate del Canale di Suez.
L’incontro del Cairo conferma così la convergenza strategica tra Arabia Saudita ed Egitto. Riad considera l’Egitto essenziale per la sicurezza del Mar Rosso, mentre il Cairo ha interesse alla stabilità saudita, alla ripresa della navigazione e al mantenimento degli investimenti provenienti dal Golfo. La crescente capacità degli Houthi di incidere sulle rotte commerciali ed energetiche rende tuttavia la sicurezza di Bab el-Mandeb una questione che supera ormai ampiamente i confini dello Yemen.




