KUALA LUMPUR — Najib Razak esce dal carcere. Il re della Malaysia, il sultano Ibrahim Iskandar, gli ha concesso venerdì una grazia condizionata: l’ex primo ministro sconterà il resto della pena ai domiciliari, fino al 23 agosto 2028. Lo ha annunciato il dipartimento legale della presidenza del Consiglio, riferisce Reuters.
Ma è una clemenza con il cartellino del prezzo. Najib dovrà versare 50 milioni di ringgit, circa 12,27 milioni di dollari, come condizione della grazia. E il provvedimento non cancella la seconda condanna che pende su di lui: 15 anni e una multa da 2,8 miliardi di dollari, inflitti a dicembre 2025 per abuso di potere e riciclaggio, con l’appello ancora in corso. Non era nemmeno chiaro, nelle ore successive all’annuncio, quando l’ex premier lascerà effettivamente la cella; i suoi difensori non hanno commentato.
Najib, 73 anni, ha guidato il Paese dal 2009 al 2018 ed è detenuto dall’agosto 2022. Sui suoi conti finirono oltre un miliardo di dollari che, secondo gli investigatori americani, provenivano dal fondo sovrano 1Malaysia Development Berhad — l’1MDB, da lui stesso fondato quando era premier — da cui sarebbero stati sottratti in tutto fino a 4,5 miliardi. Lui ha sempre negato tutto, dicendosi capro espiatorio. Ora, secondo il New York Times, sconterà i domiciliari in una residenza di lusso. Perché decide il re e non un tribunale? In Malaysia il potere di grazia è prerogativa del sovrano — l’equivalente, per capirci, della grazia del Quirinale — e la monarchia è già intervenuta due volte in suo favore.
Due grazie in due anni
Per capire bisogna tornare indietro. Nel 2024 il predecessore dell’attuale re dimezzò la condanna di Najib da 12 a 6 anni e ne ridusse le multe. L’ex premier sosteneva anche l’esistenza di un «addendum reale» che gli avrebbe già garantito i domiciliari, ma il 22 dicembre 2025 l’Alta Corte lo dichiarò invalido perché non conforme ai requisiti costituzionali. Ad aprile Najib ritirò l’appello contro quella decisione. Cinque mesi dopo, il risultato è arrivato per un’altra via: la firma del sultano.
La partita vera, però, si gioca nel governo. Najib resta influente nell’Umno, il partito nazionalista malese che ha dominato il Paese per sessant’anni e che oggi siede — paradosso della politica di Kuala Lumpur — nella coalizione multipartitica del premier Anwar Ibrahim, l’uomo che costruì la carriera denunciando la corruzione altrui. L’alleanza di Anwar, il Pakatan Harapan, si era opposta alla clemenza. La grazia è di fatto una vittoria dell’Umno, che negli ultimi due mesi ha battuto due volte lo schieramento del premier alle elezioni statali con la sua coalizione, il Barisan Nasional.
«L’impatto su Anwar e sul suo governo è pessimo, a meno che non riescano a spiegare alla gente i vincoli costituzionali che hanno di fronte», ha detto a Reuters una politologa dell’Università islamica internazionale della Malaysia. «Per l’Umno è una grande vittoria: sembra sempre più il prossimo governo in attesa».
La grazia, insomma, chiude la vicenda carceraria di Najib ma non le sue conseguenze politiche. Le elezioni sono previste per l’inizio del 2028, e Anwar non esclude di anticiparle. Con l’uomo simbolo del più grande scandalo finanziario dell’Asia moderna comodamente ai domiciliari, e il suo partito in risalita, ogni calcolo del premier è da rifare.




