EREVAN — Lunedì il premier armeno Nikol Pashinyan chiedeva a Vladimir Putin di sbloccare le restrizioni russe sull’export del suo Paese. Martedì Mosca ha chiuso i rubinetti del gas. Gazprom Armenia, controllata del colosso energetico di Stato russo, ha annunciato lo stop delle forniture dal 15 al 25 settembre: dieci giorni di «lavori programmati di prevenzione e riparazione complessiva» sul gasdotto Caucaso settentrionale–Transcaucasia, che parte dalla Russia meridionale e attraversa la Georgia. A Erevan, la coincidenza non è sembrata tale a nessuno.
Il peso della mossa lo dicono i numeri: nel 2025 la Russia ha fornito all’Armenia 2,7 miliardi di metri cubi di gas, l’82 per cento delle importazioni totali del Paese, secondo l’agenzia russa Interfax. L’Armenia resterà al freddo? No: la compagnia assicura che la fornitura ai consumatori sarà «ininterrotta e affidabile, senza restrizioni», grazie alle riserve interne e a volumi aggiuntivi dall’Iran. Ma il messaggio è arrivato lo stesso.
Perché lo stop non è un episodio isolato: è l’ultimo tassello di un disegno che va avanti da mesi. I rapporti tra Mosca ed Erevan sono precipitati poco prima delle elezioni parlamentari armene di giugno. Il Cremlino accusa Pashinyan di una linea apertamente filo-occidentale e da allora ha cominciato a limitare le importazioni di merci armene — le stesse restrizioni su cui il premier, lunedì, ha chiesto l’intervento personale di Putin, riferisce The Moscow Times.
Poi c’è la richiesta più pesante. Russia, Bielorussia, Kazakhstan e Kirghizistan — i partner dell’Unione economica eurasiatica, il mercato comune a guida russa — chiedono all’Armenia un referendum: restare nell’unione o proseguire verso l’adesione all’Ue. Lo ha chiesto Putin in persona. E il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, aveva già messo il cartellino del prezzo sulla scelta: se Erevan lasciasse l’unione, la Russia potrebbe offrirle il gas «su base di mercato» — cioè senza più lo sconto. Il gas, in questa partita, non è un problema tecnico: è l’ultima leva rimasta a Mosca su un alleato che se ne sta andando.
Lo sconto in scadenza
Oggi l’Armenia paga 177,5 dollari per mille metri cubi, un prezzo di favore fissato da un accordo bilaterale che scade a fine 2026. E c’è un precedente che toglie ogni ingenuità alla versione ufficiale: un identico stop «per manutenzione», sullo stesso gasdotto, era scattato nella seconda metà di settembre dell’anno scorso. La manutenzione russa, verso l’Armenia, cade sempre nello stesso mese — quello in cui si riempiono gli stoccaggi per l’inverno.
Pashinyan ha scelto di rispondere sul terreno economico. «Il gas in Armenia non è a buon mercato», ha detto venerdì. «Rispetto ad altri Paesi, l’Armenia registra il maggior ricarico di prezzo dal confine al consumatore. Gazprom Armenia sta realizzando grandi profitti, ed è un fatto da notare». Il premier ha annunciato la diversificazione delle fonti energetiche — l’Iran già fornisce volumi, e potrebbe fornirne di più — e il mese scorso ha detto che Erevan potrebbe presentare la candidatura formale all’Ue «nel prossimo futuro», seguita da un referendum sull’adesione.
Restano sul tavolo due calendari che corrono uno contro l’altro. Il 25 settembre, se la promessa sarà mantenuta, il gas tornerà a scorrere. Ma a dicembre scade lo sconto, e l’inverno armeno comincerà con un contratto da rinegoziare con lo stesso fornitore che ha appena dimostrato, con dieci giorni di preavviso, di saper chiudere il rubinetto.


