di Daniele Di Vuono *

La possibile riapertura dello Stretto di Hormuz, dopo l’intesa annunciata tra Stati Uniti e Iran, può alleggerire la pressione sui mercati energetici e ridurre il rischio di una nuova escalation nel Golfo. Ma non cancella il problema di fondo: l’Europa resta esposta a una geografia marittima che non controlla pienamente e da cui dipende per una parte decisiva della propria sicurezza energetica, commerciale e industriale.

Il quadro emerso nelle ultime ore rappresenta un passaggio importante, anche se la sua attuazione resta da verificare. Dopo settimane di tensioni, minacce e forti limitazioni lungo una delle rotte più sensibili del pianeta, la prospettiva di un ritorno più stabile alla navigazione nello Stretto di Hormuz può riportare ossigeno ai mercati. Petrolio, gas naturale liquefatto, assicurazioni marittime, costi di trasporto e aspettative finanziarie reagiscono sempre rapidamente quando Hormuz torna al centro della crisi.

Eppure sarebbe un errore leggere la possibile riapertura dello stretto come la fine del problema. Hormuz non è soltanto un passaggio marittimo. È una leva strategica. Quando viene chiuso, limitato o anche solo minacciato, l’intero sistema energetico globale entra in tensione. Quando la pressione si riduce, la tensione può abbassarsi, ma la vulnerabilità resta. La differenza tra crisi e stabilità, in questo caso, può dipendere da un’intesa fragile, da un incidente militare, da una decisione iraniana, da una pressione americana o da un attacco di un attore regionale.

Per l’Europa la lezione è chiara. La sicurezza energetica non dipende più soltanto dalla quantità di gas disponibile, dal prezzo del petrolio o dagli stoccaggi nazionali. Dipende anche dalla libertà di navigazione lungo rotte marittime lontane, dalla stabilità del Golfo, dalla capacità degli Stati Uniti di garantire un equilibrio militare e dalla tenuta dei rapporti tra Washington, Teheran, Israele e le monarchie del Golfo.

Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti in cui questa dipendenza diventa visibile. Attraverso quel tratto di mare passa una quota fondamentale del petrolio e del gas naturale liquefatto diretti verso i mercati internazionali. Anche quando le forniture europee non arrivano direttamente da lì, una crisi nello stretto produce effetti globali: aumenta i prezzi, modifica le rotte, alza i costi assicurativi, destabilizza le aspettative e riduce i margini di manovra delle economie importatrici.

L’intesa USA-Iran, se confermata e applicata, può quindi ridurre l’emergenza, ma non risolve la struttura della dipendenza. L’Europa resta un grande consumatore energetico inserito in un sistema di rotte che attraversano aree instabili: Golfo Persico, Mar Rosso, Bab el-Mandeb, Canale di Suez, Mediterraneo orientale. Questi passaggi non sono più semplici corridoi commerciali. Sono diventati spazi di pressione politica e militare.

Negli ultimi anni il Mar Rosso ha mostrato quanto una crisi regionale possa trasformarsi in problema globale. Gli attacchi alle navi, le deviazioni delle rotte, l’aumento dei tempi di navigazione e dei costi logistici hanno dimostrato che la globalizzazione non è un sistema automatico, ma un equilibrio vulnerabile. Hormuz appartiene alla stessa logica, con un peso ancora maggiore sul piano energetico.

La differenza è che lo Stretto di Hormuz tocca il cuore della sicurezza petrolifera e del gas. Non riguarda soltanto il commercio, ma la percezione stessa dell’approvvigionamento energetico mondiale. Anche un blocco temporaneo può produrre un effetto politico superiore alla sua durata reale, perché segnala ai mercati che un attore regionale è in grado di condizionare una delle arterie centrali dell’economia globale.

Per questo l’Iran, anche quando non chiude stabilmente lo stretto, può usare Hormuz come strumento di pressione. La minaccia è spesso più importante dell’atto. Basta evocare la possibilità di una chiusura per far salire la tensione, attirare l’attenzione internazionale, costringere gli Stati Uniti a muoversi, spingere i mediatori regionali ad attivarsi e ricordare all’Europa quanto sia limitata la sua autonomia strategica.

Il quadro negoziale emerso nelle ultime ore sembra andare nella direzione di una de-escalation: possibile riapertura dello stretto, tregua temporanea, riduzione della pressione militare e rinvio dei dossier più complessi alla fase successiva. Ma proprio questo mostra la fragilità del risultato. Il nodo nucleare iraniano non è risolto definitivamente, il rapporto tra Iran e Israele resta altamente instabile, le milizie regionali possono ancora alterare il quadro e la fiducia tra Teheran e Washington rimane debole.

In altre parole, l’intesa può abbassare la temperatura, ma non cambia il clima strategico. Il Golfo resta una regione in cui energia, deterrenza, sicurezza marittima, rivalità regionali e politica interna americana si intrecciano continuamente. Ogni accordo può funzionare solo se tutti gli attori coinvolti ritengono più conveniente rispettarlo che farlo saltare. È una condizione fragile, soprattutto quando il dossier iraniano coinvolge interessi così diversi.

L’Europa osserva questa dinamica da una posizione scomoda. Subisce gli effetti delle crisi energetiche e commerciali, ma non dispone sempre degli strumenti politici e militari per governarle. Può partecipare a missioni navali, rafforzare la diplomazia, diversificare le fonti energetiche e ridurre alcune dipendenze. Tuttavia quando la crisi si concentra nel Golfo, il peso decisivo resta spesso nelle mani di Washington, Teheran e degli attori regionali.

Questo è il punto politico più delicato. La vulnerabilità europea non nasce solo dalla dipendenza energetica. Nasce anche dalla distanza tra interessi e capacità. L’Europa ha interesse alla stabilità di Hormuz, del Mar Rosso e di Suez, ma non sempre ha una strategia unitaria e strumenti adeguati per difendere quella stabilità. La conseguenza è una forma di esposizione permanente: ogni crisi marittima diventa anche una crisi europea, ma non ogni soluzione passa dall’Europa.

La possibile normalizzazione di Hormuz, quindi, non deve essere letta come un ritorno definitivo alla normalità. Deve essere letta come un avvertimento. La sicurezza delle rotte non è più garantita. Le infrastrutture invisibili della globalizzazione, ovvero stretti, cavi, porti, corridoi energetici, assicurazioni, flotte commerciali, sono diventate parte della competizione geopolitica. Chi le controlla o può minacciarle possiede una leva di potere.

Per l’Europa, la risposta non può essere soltanto attendere il prossimo accordo americano con l’Iran o la prossima mediazione regionale. Serve una strategia più ampia: diversificazione energetica, rafforzamento delle rotte alternative, maggiore presenza marittima, cooperazione con i Paesi del Mediterraneo e del Golfo, protezione delle infrastrutture critiche e capacità industriale di assorbire gli shock.

L’intesa su Hormuz può evitare una crisi immediata. Ma non elimina la domanda centrale: quanto può essere sovrana un’Europa che dipende da passaggi marittimi vulnerabili, da equilibri regionali instabili e da garanzie di sicurezza esterne?

Lo Stretto di Hormuz, se davvero tornerà a una navigazione stabile, sarà una buona notizia. Ma resterà anche il promemoria di una fragilità. La sicurezza europea non si misura solo nei confini terrestri, nei bilanci della difesa o negli stoccaggi energetici. Si misura anche nei mari lontani, dove una strettoia geografica può trasformarsi, in poche ore, in un problema politico, economico e strategico per tutto il continente.

* Daniele Di Vuono è autore di Storie di Confine, progetto editoriale dedicato a storia, geopolitica e identità del presente.