GAZA — Sei famiglie sotto il cemento. Le hanno viste sparire i vicini, nella notte tra martedì e mercoledì, quando un edificio residenziale di Gaza City — già sventrato da ripetuti bombardamenti israeliani — si è accasciato su se stesso. Nessuna bomba, questa volta, era caduta.

Il bilancio provvisorio è di almeno 10 palestinesi morti e fino a 70 dispersi sotto le macerie, secondo il portavoce della protezione civile dell’enclave, la struttura di soccorso che opera sotto l’autorità amministrativa di Gaza; lo riferiscono Al Jazeera e Le Monde. I soccorritori hanno lavorato per tutta la notte sulle rovine e alcuni superstiti sono stati estratti vivi. Ma le squadre scavano contro il tempo, e quasi a mani nude.

Perché un palazzo crolla se nessuno lo ha colpito? Perché le bombe lo avevano già ucciso: la struttura, colpita più volte nei mesi scorsi, era rimasta in piedi svuotata, un guscio di cemento lesionato che ha ceduto di schianto. A Gaza, ormai, si muore anche quando il cielo tace: è la strage differita degli edifici pericolanti, che nessuno ha i mezzi per demolire né per puntellare.

Il lavoro dei soccorritori si scontra con lo stesso ostacolo di sempre. Nella Striscia mancano i mezzi pesanti per sollevare le solette di cemento armato — le gru, gli escavatori, perfino i martelli pneumatici — e ogni ricerca procede a ritmo di pala e di braccia. È il fattore che rallenta anche gli scavi di questa mattina, mentre i testimoni indicano ai soccorritori i punti dove le sei famiglie sono rimaste intrappolate.

Ottomila sotto le macerie

Il crollo di stanotte riapre un dossier che le autorità sanitarie e di soccorso dell’enclave denunciano da mesi: oltre 8.000 persone risultano tuttora disperse sotto le macerie nell’intera Striscia. Non è un numero astratto. È la somma di centinaia di palazzi come questo, dove le ricerche si sono fermate per mancanza di mezzi o non sono mai cominciate.

Il precedente più recente risale a poche settimane fa. All’inizio di agosto la protezione civile aveva concluso, dopo quattro giorni consecutivi di scavi, il recupero di 19 corpi — in maggioranza donne e bambini — dalle rovine di un palazzo residenziale nella zona occidentale di Gaza City, noto come «edificio Karam». Il responsabile delle operazioni di recupero, Mohammed Abu Dan, aveva annunciato la fine dei lavori su quel sito e lo spostamento delle squadre, con personale medico specializzato al seguito, su un altro punto della città. Un cantiere chiuso, un altro aperto: la contabilità dei crolli non si ferma mai.

Allora come oggi, Abu Dan aveva indicato il vero nemico dei soccorsi: gli scavi, aveva spiegato, si fanno «quasi tutti a mano», perché mancano i macchinari per rimuovere il cemento armato. Un mese dopo, sulle macerie fresche di stanotte, la frase vale ancora parola per parola. Sotto ci sono fino a 70 persone, e il tempo — a mani nude — corre molto più veloce delle pale.