Iran. Dopo due settimane di guerra il regime resiste: crescono le preoccupazioni nel Golfo

di Enrico Oliari

A due settimane dall’inizio del conflitto non emergono segnali concreti di un possibile crollo del regime iraniano, scenario che alcuni analisti ritengono fosse stato auspicato da Stati Uniti e Israele. Secondo il reporter della BBC Jeremy Bowen, le aspettative di un rapido cambiamento politico a Teheran potrebbero essere state basate su una valutazione errata della struttura e della resilienza del sistema di potere iraniano. Bowen sottolinea come il presidente statunitense Donald Trump abbia sempre dimostrato di credere nella leadership forte e centralizzata, e che forse si aspettasse uno sviluppo degli eventi simile allo scenario venezuelano, in cui la rimozione di una figura centrale avrebbe potuto innescare un rapido collasso del sistema.
Se questa fosse stata l’ipotesi di partenza, osserva Bowen, si tratterebbe di un segnale preoccupante: dimostrerebbe infatti una scarsa comprensione della complessità del regime iraniano. La Repubblica Islamica infatti è sostenuta da una struttura politica, religiosa e militare profondamente radicata nella società e costruita per resistere a pressioni interne ed esterne.
L’Ira, inoltre, possiede una lunga storia di tensioni e ostilità nei confronti degli Stati Uniti e di Israele, elemento che rafforza il discorso politico interno e contribuisce a consolidare il consenso attorno alla leadership del Paese in momenti di crisi.
Nel frattempo nei Paesi del Golfo Persico cresce la preoccupazione per le possibili conseguenze regionali del conflitto. Diversi governi dell’area temono che le tensioni e l’instabilità possano trasformarsi in un problema duraturo per l’intera regione. Secondo Bowen, molti di loro temono di ritrovarsi a gestire le conseguenze di una situazione estremamente complessa e potenzialmente destabilizzante.
La guerra dunque continua senza che si intraveda una soluzione rapida, mentre l’equilibrio geopolitico del Medio Oriente resta fragile e incerto.