BUENOS AIRES — Non sono colpi isolati, è un disegno. In dieci giorni l’Argentina ha depositato una denuncia penale contro le compagnie petrolifere attive al largo delle Falkland — le Malvinas, per Buenos Aires —, ha aperto procedimenti sanzionatori contro decine di società, ha annunciato una legge per punire i loro fornitori e ha ordinato di finanziare una base navale a 700 chilometri dalle isole. Il governo di Javier Milei ha trasformato la rivendicazione quarantennale in un’offensiva legale a tutto campo.
Il colpo più pesante è arrivato lunedì 7 settembre. Il ministro degli Esteri Pablo Quirno, affiancato dal procuratore del Tesoro, ha presentato a un tribunale federale una denuncia penale contro l’israeliana Navitas Petroleum, la canadese JHI Associates e la Eco Atlantic Oil & Gas, più le loro controllate e «tutti i direttori, dirigenti, sindaci, amministratori e rappresentanti». La base è una legge del 2011 che punisce l’esplorazione non autorizzata sulla piattaforma continentale argentina: fino a 15 anni di carcere e 20 di interdizione dall’operare nel Paese. È «un passo concreto per proteggere le risorse naturali e salvaguardare la sovranità», ha fatto sapere la presidenza, riferisce l’agenzia France Presse.
Il bersaglio è Sea Lion, giacimento a circa 220 chilometri a nord delle isole: Navitas lo controlla al 65 per cento, la britannica Rockhopper Exploration al 35. Il governo locale delle Falkland ha approvato il progetto a dicembre; il primo greggio è atteso per marzo 2028.
Attorno alla denuncia, la raffica. Venerdì 4 settembre un procedimento sanzionatorio contro 45 tra persone ed enti, poi esteso a 60 società legate a logistica e infrastrutture nelle isole; un decreto per accelerare le sanzioni; un disegno di legge, in arrivo in Parlamento, che vieterebbe ai fornitori di quelle compagnie di contrattare con lo Stato e con i privati argentini. In parallelo corre una causa civile di avvocati ambientalisti e reduci della guerra del 1982, che chiedono di bloccare Sea Lion per l’assenza di una valutazione d’impatto ambientale argentina: «Le licenze dell’amministrazione coloniale britannica non sostituiscono le nostre leggi», dicono i ricorrenti.
Il vento di Trump
Perché proprio ora? Perché Milei fiuta un’occasione. Donald Trump ha lasciato intendere che Washington sta rivedendo la storica neutralità americana sulla disputa, e il presidente argentino lo ha detto apertamente il 3 settembre: «Ci sono venti di cambiamento nel mondo favorevoli alla nostra rivendicazione». La partita, più che nei tribunali di Buenos Aires, si gioca a Washington: le denunce servono a tenere il dossier aperto e rumoroso mentre la Casa Bianca decide da che parte pendere. Lo stesso lunedì della denuncia, Milei ha ordinato al ministro dell’Economia di dare priorità nel bilancio 2027 alla base navale integrata di Ushuaia, la città più australe del Paese.
Le compagnie non arretrano: le licenze sono state «legalmente concesse» dal governo delle isole con «il pieno e costante sostegno» del Regno Unito, e il cronoprogramma non cambia, hanno risposto in un comunicato congiunto ripreso da Euronews. Ma il mercato qualcosa ha sentito: le azioni Rockhopper hanno perso oltre il 6 per cento a Londra. Da parte sua il governo britannico liquida tutto come politica interna argentina — «Le Falkland sono britanniche perché gli isolani scelgono di essere britannici», ha scritto il ministro della Difesa Wes Streeting —, mentre il fronte si allarga perfino a Gerusalemme, dove il ministro Itamar Ben Gvir ha chiesto a Benjamin Netanyahu di appoggiare Buenos Aires contro la compagnia israeliana.
L’Argentina rivendica le isole dal 1833; la guerra del 1982 costò 649 caduti argentini e 255 britannici. Le denunce del 2012 e del 2015 finirono nel nulla. Intanto le trivelle lavorano: se nessun giudice le ferma, il primo barile di Sea Lion arriverà tra diciotto mesi. Sarà quello il vero verdetto.


