WASHINGTON — Sono bastati quattro senatori repubblicani a demolire il progetto su cui l’industria delle criptovalute aveva puntato tutto. Martedì il Senato ha bloccato il Clarity Act, il primo tentativo di regolamentazione federale complessiva dei mercati delle attività digitali, sostenuto apertamente dal presidente Donald Trump: la mozione procedurale che doveva aprire il dibattito in aula non ha raggiunto i 60 voti necessari, riferisce il Washington Post, e il testo è di fatto condannato per questa legislatura.
Perché un voto procedurale ha ucciso la legge? Perché al Senato, prima di discutere un provvedimento, serve la cosiddetta cloture, la tagliola che chiude l’ostruzionismo: richiede 60 sì su 100, quindi un sostegno bipartisan obbligato. Dal webcast dell’aula sono emersi oltre 40 voti contrari, più che sufficienti ad affossare la mozione. E fra i contrari, appunto, quattro repubblicani schierati con i democratici — uno strappo alla Casa Bianca che aveva fatto del dossier una bandiera.
Il Clarity Act doveva rispondere alla domanda che sta a monte di tutto: chi vigila sulle criptovalute. Il testo definiva la spartizione dei poteri fra la Securities and Exchange Commission, la Consob americana, e la Commodity Futures Trading Commission, l’autorità sui mercati dei derivati e delle materie prime. Senza quella cornice, ogni altra norma del settore resta sospesa. Se la cloture fosse passata, la strada prevedeva dibattito, emendamenti, voto finale e poi un testo identico approvato anche dalla Camera. Non se ne farà nulla.
Anni di lobbying bruciati
Il colpo per l’industria è pesante, e non solo per il merito. Il settore ha speso anni e centinaia di milioni di dollari per costruirsi ascolto al Congresso, e nell’ultima campagna elettorale aveva investito somme enormi per eleggere un Parlamento amico. La scommessa era semplice: una maggioranza favorevole, un presidente favorevole, una legge finalmente scritta. La scommessa, per ora, è persa — e a farla saltare non sono stati gli avversari, ma quattro voti usciti dalla stessa maggioranza che quei milioni avevano contribuito a eleggere.
I mercati hanno reagito in giornata. Il bitcoin, che nella notte aveva toccato un massimo di 79.530 dollari sfiorando quota 80 mila, ha perso il 3% scivolando attorno ai 77.400 dollari già prima del voto; dopo l’esito, racconta la diretta della testata specializzata CoinDesk, la bocciatura ha spinto al ribasso l’intero comparto. Fra le principali criptovalute soltanto Xrp e zcash hanno chiuso in rialzo.
Il calendario politico rende la sconfitta ancora più amara. Il lavoro legislativo sulla struttura dei mercati cripto si ferma qui per tutto il 2026; con il Congresso avviato verso un controllo diviso fra i due partiti l’anno prossimo, nessuno è in grado di dire quando il tema tornerà in aula. Non fra mesi. Forse fra anni.
Il settore torna così dove stava dagli inizi della sua storia: nella terra di nessuno fra due regolatori che si contendono la vigilanza, con regole ricostruite caso per caso nei tribunali e mai scritte in una legge. Da oltre un decennio, da quando il bitcoin era una curiosità per pochi, l’industria chiede a Washington una cornice certa. L’aveva quasi in mano. Le sono bastate poche ore di aula per vederla sfumare di nuovo.



