WASHINGTON — Tre frasi, nessuna firma. È tutto quello che la Corte suprema degli Stati Uniti ha scritto lunedì sera (la notte in Italia) per respingere la richiesta d’emergenza dell’amministrazione Trump: le nuove regole del servizio postale sul voto per corrispondenza non entreranno in vigore prima delle elezioni di metà mandato di novembre. «Il governo difficilmente prevarrà nel merito», dice l’ordinanza, e i fattori che giustificano un intervento d’urgenza «non favoriscono una sospensione».
Le regole bloccate nascono da un ordine esecutivo firmato da Trump a fine marzo. Obbligano gli Stati a caricare su un portale federale gli elenchi di chi vota per posta e a usare buste con codici a barre e formato uniforme; le poste si riservavano di respingere le schede non conformi, rimandandole agli uffici elettorali. Due giudici federali le avevano già fermate. Ora la Corte suprema conferma il blocco: a novembre si voterà con le vecchie procedure.
Il rischio pratico era enorme. Un rapporto di un informatore interno, citato dall’Associated Press, avvertiva che milioni di schede potevano non partire e che un solo errore di codice a barre bastava a far scartare un intero lotto. Il portale, intanto, non era ancora online, mentre le buste erano state acquistate e in parte già spedite. E tre Stati — Alabama, North Carolina e Wisconsin — hanno cominciato nell’ultima settimana a inviare le schede con il vecchio sistema.
La ricostruzione giudiziaria è rapida. Il 4 settembre la giudice federale di Boston Indira Talwani, nominata da Obama, aveva emesso la prima ingiunzione: applicare la regola a ridosso del voto «minaccia di privare del diritto di voto milioni di cittadini», e agli atti non c’è alcuna prova di frode. Domenica sera un secondo giudice, a Washington — Carl Nichols, nominato proprio da Trump — è arrivato alla stessa conclusione per altra via: nessuna legge del Congresso dà alle poste il potere di dettare regole elettorali.
La spaccatura tra i conservatori
Il voto interno alla Corte racconta il resto. Hanno dissentito solo i conservatori Samuel Alito e Clarence Thomas, per i quali le poste hanno «un’ampia autorità di regolare la corrispondenza». Ma il terzo conservatore, Brett Kavanaugh, si è unito alla maggioranza con una motivazione tutta pratica: la regola forse rientra nei poteri delle poste, applicarla però a novembre sarebbe «arbitrario e capriccioso» — la formula della legge americana sui procedimenti amministrativi — perché i funzionari elettorali non hanno tempo di adeguarsi. Gli Stati ricorrenti, 24 a guida democratica più il distretto della capitale, avevano definito la conformità «impossibile».
Per il governo si era speso l’avvocato generale D. John Sauer, che rappresenta la Casa Bianca davanti alla Corte: le frodi nel voto postale sono «una specie particolarmente perniciosa di frode», aveva scritto, e ogni giorno di blocco significa schede spedite «senza i benefici che la regola garantisce all’integrità elettorale». La partita, però, non era la posta: era chi controlla le regole del gioco a sette settimane da un voto in cui circa un americano su tre vota per corrispondenza — nel 2024 il 37 per cento dei democratici contro il 24 dei repubblicani, secondo i dati del Mit.
Era il terzo passaggio del caso sul ruolo d’urgenza della Corte, riferisce CBS News: il 24 agosto i giudici avevano sospeso il primo blocco giudicando il ricorso prematuro. Trump attribuisce da anni, falsamente, al voto postale la sconfitta del 2020 e ha promesso sui social di «guidare un movimento per abolire le schede per posta» — lui stesso, però, ha votato per corrispondenza in Florida anche quest’anno. La segretaria di Stato del Colorado, la democratica Jena Griswold, ha chiuso il conto in una riga: «Il tentativo di Trump di sabotare le elezioni del 2026 è fallito».



