HOUSTON — Tre giorni di lavori, da lunedì a mercoledì, sotto un’insegna che è già un programma: «abbondanza energetica». Al G20 dei ministri dell’energia riunito a Houston, capitale mondiale del petrolio, gli Stati Uniti schierano tre uomini di Donald Trump — il segretario all’Interno Doug Burgum, quello all’Energia Chris Wright e l’amministratore dell’agenzia per la protezione ambientale Lee Zeldin — davanti a Cina, India, Giappone, Germania e ai grandi produttori come Arabia Saudita e Canada. La posta è chiara fin dall’apertura: più petrolio, più gas, meno regole.

Ed è da quel palco che Zeldin, repubblicano, ex deputato di New York, ha calato lunedì la carta più pesante: l’abrogazione delle norme che limitano le emissioni di CO₂ delle centrali a carbone e a gas, accompagnata da una misura pensata per impedire alle amministrazioni future di regolarle di nuovo. «Le rescindiamo tutte», ha detto, rivendicando la più grande azione di deregolamentazione del settore elettrico nella storia americana, riferisce l’Associated Press.

Cadono così le regole finalizzate sotto Joe Biden nel 2024, che imponevano alle centrali a carbone esistenti e ai nuovi impianti a gas forti tagli di anidride carbonica a partire dagli anni Trenta, con l’obbligo di catturare e stoccare il carbonio. Le centrali elettriche sono la seconda fonte di CO₂ degli Stati Uniti dopo i trasporti, circa un quarto delle emissioni serra del Paese. Secondo l’agenzia la revoca farà risparmiare all’industria oltre 300 miliardi di dollari. «L’amministrazione Trump è arrivata per proteggere l’energia americana e per assicurarsi che possiate permettervi di tenere le luci accese», ha detto Zeldin, per il quale le misure dell’era Biden volevano «soffocare la nostra economia per proteggere l’ambiente».

La lobby del carbone applaude: per l’amministratrice delegata di America’s Power, che rappresenta oltre 400 centrali, la revoca proteggerà l’affidabilità della rete e i consumatori «in un momento di domanda in forte crescita da data center e intelligenza artificiale». Il fronte opposto promette battaglia: il Natural Resources Defense Council, storica organizzazione ambientalista, bolla l’abrogazione come giuridicamente infondata, mentre Michael Gerrard, docente di diritto alla Columbia, ricorda che «il 2026 si annuncia l’anno più caldo mai registrato». Una ricognizione della stessa Associated Press stimava l’anno scorso che le norme ora cancellate avrebbero evitato circa 30.000 morti e fatto risparmiare 275 miliardi di dollari l’anno.

Reggerà in tribunale? Non è scontato che i giudici arrivino in tempo. La base di tutto è una sentenza della Corte Suprema del 2007, Massachusetts contro EPA, che obbliga l’agenzia a regolare la CO₂; a febbraio l’amministrazione ha revocato quel fondamento scientifico per auto e camion, e ora estende la stessa logica agli impianti fissi. La regola definitiva è attesa l’anno prossimo, i ricorsi subito dopo — ma nelle corti d’appello federali i tempi sono lunghi, e una pronuncia della Corte Suprema potrebbe non arrivare entro la fine del mandato di Trump.

Venezuela e Russia al tavolo

Intanto nei corridoi del vertice si muove un’altra partita. Washington ha invitato una delegazione venezuelana — la ministra del Petrolio Paula Henao e il vicepresidente della compagnia petrolifera di Stato Pdvsa — non alle sessioni a porte chiuse, ma a bilaterali e forum industriali, scrive Bloomberg. L’invito segue l’accordo del 28 agosto che dà agli Stati Uniti il controllo di maggioranza su 65 miliardi di barili di riserve venezuelane. «È lo spostamento del centro geopolitico del petrolio fuori dal Medio Oriente, verso l’emisfero occidentale», ha detto Burgum a Fox Business. E anche Mosca manderà funzionari, con la delusione degli alleati europei dell’Ucraina.

Il calcolo politico, alla fine, è tutto interno. La benzina viaggia sopra i 4,31 dollari al gallone, la guerra in Medio Oriente spinge i prezzi, l’Europa fatica a riempire gli stoccaggi. E a novembre gli americani votano per il midterm: la partita vera, a Houston, si gioca sulla bolletta degli elettori.