TARTUS — L’8 settembre le immagini satellitari mostrano la nave da carico Sparta e la petroliera militare Akademik Pashin attraccate ai moli 3 e 4 del porto di Tartus, sulla costa mediterranea della Siria. Il giorno dopo sono ancora lì, mentre un pallone aerostatico di sorveglianza sorvola le banchine durante lo scarico. Le navi erano sparite dai radar settimane prima: poco dopo Gibilterra avevano spento il trasponder — la pratica che i marittimi chiamano «sailing dark», navigare al buio — e solo il satellite le ha seguite fino alla Siria.

È la prima missione russa di rifornimento alle basi siriane dopo l’accordo tra Mosca e Damasco annunciato il 9 agosto, rivela Reuters citando due persone a conoscenza dell’operazione. Il convoglio, arrivato il 7 settembre, era composto da quattro navi: oltre alla Sparta e alla Akademik Pashin, la petroliera General Skobelev, rimasta al largo, e il cacciatorpediniere Admiral Levchenko, identificato dalla società di intelligence marittima SynMax. Secondo una fonte militare siriana e un uomo d’affari russo-siriano, la Sparta ha scaricato rifornimenti destinati alla base aerea di Hmeimim e allo scalo di Tartus, munizioni comprese.

Il pedigree delle navi spiega il silenzio radio. La Sparta, da anni cavallo da soma della logistica militare russa in Siria, è sotto sanzioni americane; la General Skobelev è sanzionata dall’Occidente per il trasporto di petrolio russo. Né l’autorità portuale siriana né l’ambasciata russa a Damasco hanno risposto alle richieste di commento.

Una consegna a luci spente che stride con la cornice ufficiale in cui Mosca e Damasco hanno voluto incastonare il loro nuovo rapporto: quella di una collaborazione trasparente e paritaria, nata da un negoziato lungo e faticoso.

L’accordo di agosto

Il memorandum d’intesa, annunciato dal ministero degli Esteri siriano ai primi di agosto, è arrivato dopo 18 mesi di trattative seguite al rovesciamento di Bashar al-Assad nel dicembre 2024. Sulla carta trasforma le due strutture in «centri congiunti di addestramento e sviluppo delle capacità»: Damasco assume il controllo delle operazioni civili, le installazioni non militari usate dai russi passano ai siriani. Ma le forze di Mosca restano. Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente siriano Ahmed al-Sharaa — l’ex capo dei ribelli che rovesciarono Assad, oggi alla guida del Paese — hanno proseguito i colloqui sul futuro delle basi, con un ultimo contatto riferito il 26 agosto, secondo Al Jazeera.

Perché al-Sharaa, che deve il potere alla caduta dell’uomo che Mosca ha protetto per un decennio, tiene aperta la porta ai russi? Perché quelle basi sono merce di scambio. Hmeimim e Tartus sono le uniche installazioni militari russe fuori dall’ex Unione Sovietica, e Tartus è l’unico punto di riparazione e rifornimento navale di cui Mosca dispone nel Mediterraneo: da lì la Russia proietta la sua presenza su Medio Oriente e Africa. Per Damasco, che ricostruisce un Paese devastato da 13 anni di guerra civile, sono una leva negoziale che nessun altro possiede.

Mosca aveva già rifornito i due siti nei mesi scorsi, ma questa è la prima consegna sotto il nuovo regime concordato. E il modo in cui è avvenuta — navi sanzionate, trasponder spenti, munizioni scaricate sotto un pallone di sorveglianza — dice quale dei due quadri sia più vicino al vero: quello dei «centri di addestramento congiunti» o quello di una presenza militare che continua come prima, solo con una cornice legale nuova.

Intanto resta sul tavolo il nodo che l’accordo non ha sciolto: Damasco continua a chiedere l’estradizione di Assad, rifugiato a Mosca. Finché quella richiesta resta senza risposta, ogni nave che attracca a Tartus misura quanto la nuova Siria sia disposta a pagare per tenersi la carta russa.