BRUXELLES — Uno status che nei trattati europei non esiste e andrebbe inventato apposta: «membro associato» dell’Unione. È l’ipotesi a cui lavora il primo ministro canadese Mark Carney, rivela domenica il Wall Street Journal citando funzionari europei e canadesi: e Bruxelles, storicamente inflessibile sulle regole di adesione, questa volta sarebbe disposta ad aprire la porta. Né l’ambasciata canadese nella capitale belga né i portavoce della Commissione hanno voluto commentare.
La svolta ha già una data e un palcoscenico. Domenica l’Eliseo ha annunciato che il 20 settembre Carney raggiungerà il presidente francese Emmanuel Macron a Saint-Pierre e Miquelon, ultimo lembo di Francia in Nord America, per riaffermare insieme la «sovranità delle nazioni» di fronte alle mire di Donald Trump. Sarà la prima visita ufficiale di un capo di governo canadese nell’arcipelago, «simbolo della forza della relazione che unisce i nostri due Paesi», ha sottolineato la presidenza francese.
Che cosa significherebbe, in concreto, un’adesione associata? Nessuno lo sa ancora, perché lo status va costruito da zero. I negoziatori discutono di come far circolare liberamente beni, servizi e lavoratori canadesi impegnati nelle catene di fornitura strategiche — energia, intelligenza artificiale, difesa, materie prime critiche —, spostando di fatto la frontiera economica dell’Unione al di là dell’Atlantico. Sul tavolo ci sono anche la posa di cavi sottomarini, data center costruiti in comune, nuove reti satellitari e le infrastrutture per portare l’energia canadese in Europa.
C’è poi il capitolo più delicato, le persone: Carney ha parlato più volte con i leader europei, e con Macron soprattutto, della possibilità che i canadesi vivano e lavorino nell’Ue senza bisogno di visto. Ma la strada è stretta. Basti ricordare la fiera opposizione che accolse il Ceta, il trattato di libero scambio tra Ue e Canada, accordo ben più modesto. La partita vera, del resto, non è commerciale: dal ritorno di Trump alla Casa Bianca all’inizio del 2025 i rapporti tra Ottawa e Washington sono precipitati, tra dazi sull’acciaio e nuovi divieti di importazione, e il Canada cerca in Europa un’ancora politica prima ancora che un mercato.
Le isole di de Gaulle
Il luogo scelto per il vertice del 20 settembre dice molto. Saint-Pierre e Miquelon — tre isole unite da istmi sabbiosi, 6.000 abitanti, a una ventina di chilometri da Terranova e a 4.300 dalla Francia metropolitana — è ciò che resta della presenza francese nel Nord America. Macron vi si fermerà dal 19 al 21 settembre, in rotta verso l’Assemblea generale dell’Onu a New York; una tappa che l’agenzia France-Presse collega direttamente al post con cui Trump ha diffuso una mappa delle sue ambizioni sul continente. «In un mondo segnato dal ritorno dei rapporti di forza, Francia e Canada condividono un’ambizione comune: rafforzare la loro capacità di decidere e agire in modo indipendente», ha fatto sapere l’Eliseo.
Un presidente francese non metteva piede sulle isole dal 2014, ai tempi di François Hollande. Macron vi troverà anche un dossier climatico: il villaggio di Miquelon ha cominciato a spostarsi verso l’interno per sfuggire all’innalzamento del mare, prima ricollocazione di una comunità per ragioni climatiche in Francia. Ma è la storia a dare alla visita il suo peso. Nel 1941 furono le forze della Francia libera del generale Charles de Gaulle a strappare Saint-Pierre e Miquelon al regime collaborazionista di Vichy — contro il parere dell’amministrazione di Franklin D. Roosevelt, che voleva mantenere le intese con il governo del maresciallo Pétain. Anche allora, su quelle scogliere dell’Atlantico, la sovranità di Parigi e la diffidenza di Washington si guardavano da vicino.


