KOHAT — Un veicolo carico di esplosivo, una moschea gremita per la preghiera del venerdì, un muro di cinta sfondato e poi le raffiche. È la sequenza dell’attacco che questa mattina ha devastato il complesso delle vecchie Police Lines di Kohat, città del Khyber Pakhtunkhwa, la provincia pakistana al confine con l’Afghanistan, una sessantina di chilometri a sud-ovest del capoluogo Peshawar. Il bilancio, riferisce l’Associated Press, è di almeno 15 morti — cinque poliziotti e dieci civili — e 56 feriti, molti in condizioni critiche; un alto funzionario di polizia citato dalla BBC parla di 16 vittime, e il conto potrebbe salire ancora.

La ricostruzione la fornisce Zulfiqar Hameed, capo della polizia provinciale: un attentatore suicida ha lanciato il veicolo contro la moschea, che sorge accanto agli uffici di polizia, sfondando il muro di cinta della struttura. Subito dopo almeno due uomini armati hanno tentato di entrare nel compound, ingaggiando uno scontro a fuoco con gli agenti. Il boato si è sentito a grande distanza, seguito dalle raffiche. «La maggior parte dei feriti erano fedeli», ha detto Bilal Faizi, alto funzionario dei soccorsi.

La scena parla da sola: il muro esterno degli uffici crollato, la moschea gravemente danneggiata, una colonna di fumo sopra la città, negozi e case vicine sventrati. L’ospedale distrettuale ha dichiarato l’emergenza per l’afflusso dei feriti. Il primo ministro Shehbaz Sharif ha condannato l’attacco e ordinato di accelerare i soccorsi; il ministero dell’Interno ha confermato l’esplosione «presso una struttura di polizia» esprimendo cordoglio, senza indicare cifre.

Nessuno ha rivendicato. Ma i sospetti convergono sui talebani pakistani, il Tehrik-e-Taliban Pakistan, la formazione che da anni prende di mira le forze di sicurezza nel nord-ovest del Paese. E il bersaglio, in fondo, era chiaro: colpire la polizia dentro casa sua, nell’ora in cui le difese si abbassano perché si prega.

Una settimana di sangue

L’attacco non arriva dal nulla. Appena ieri, giovedì, una bomba artigianale piazzata sulla strada ha colpito un convoglio delle forze di sicurezza nel vicino distretto di Hangu, uccidendo sei soldati. Sempre giovedì, raid delle forze governative in varie aree della provincia hanno ucciso dieci miliziani ritenuti del gruppo talebano. Azione e rappresaglia si rincorrono da mesi, con le operazioni antiterrorismo intensificate e gli attentati che rispondono colpo su colpo.

C’è poi la memoria del luogo. Le Police Lines di Kohat erano già state colpite: nel 2010 una bomba a controllo remoto nella colonia di polizia adiacente uccise una ventina di persone, in gran parte familiari di agenti. E lo scorso 6 febbraio un kamikaze si fece esplodere durante la preghiera del venerdì nella moschea sciita Khadija Tul Kubra, a Islamabad: 31 morti e oltre 169 feriti, rivendicati dallo Stato islamico. La moschea, in Pakistan, è diventata un obiettivo ricorrente — proprio perché è l’unico luogo dove tutti, agenti compresi, arrivano disarmati di attenzione.

Restano i punti aperti. Chi erano gli uomini armati che accompagnavano il kamikaze, e che fine hanno fatto dopo lo scontro a fuoco? Come ha potuto un veicolo carico di esplosivo avvicinarsi a una struttura di polizia già colpita in passato? E soprattutto: il silenzio del Tehrik-e-Taliban è tattica o smarcamento? Le risposte, per ora, sono sepolte sotto il muro crollato di Kohat, insieme al conto delle vittime che continua a salire.