L’errore della Lega: perdersi nel “deep state” russo

di Francesco Cirillo –

La Lega di Matteo Salvini è colpita da quello che potrebbe rivelarsi o un buco nell’acqua o il più grande scandalo di corruzione internazionale nella recente storia dell’Italia repubblicana.
L’affaire sui presunti fondi russi mostra però le molte ombre che investono il Cremlino, ombre che si proiettano dal complesso apparato di sicurezza ed intelligence dello Stato russo.
Molti vedono la gerarchia del potere russo accentrata sulla figura di Vladimir Putin, ma sotto il cosiddetto “zar” permane un pericoloso stallo che potrebbe deflagrare nelle lotte intestine tra le diverse fazioni e clan che comandano i vertici militari, d’intelligence e dei ministeri chiave della Federazione Russa. La lotta per il potere potrebbe aver coinvolto inesperti emissari della Lega di Salvini, partito che stava cercando di costruire relazioni salde con alcune fazioni che fanno parte del vasto universo degli apparati politico-militari russi, apparati che hanno visioni e programmi diversi sia in politica interna sia in politica estera.
Per comprendere il sotto-potere della Russia bisogna uscire dai classici canoni occidentali secondo i quali il presidente russo è inteso come il centro assoluto del potere in Russia.
Sotto Putin esiste un immenso agglomerato composto dai servizi di sicurezza russi (FSB, GRU, SVR), dai colossi statali come la Gazprom e le stesse Forze Armate, tutte realtà che stanno aspettando il momento in cui Putin lascerà le redini della presidenza russa; nel frangente temporale del suo ultimo mandato i diversi clan che compongono le fazioni del “deep state” si preparano alla lotta per accaparrarsi il maggior numero di risorse statali.
In questo quadro potrebbe essere caduta la scelta ingenua di uomini della Lega di trattare con i russi, immaginando di relazionarsi direttamente con il Cremlino. Un’iniziativa che li ha messi nel bel mezzo di una lotta politica interna in atto da quasi un anno, dopo l’insediamento di Putin per il suo ultimo (?) mandato presidenziale.
La Lega sembra aver scelto il cavallo sbagliato, contando sulla disponibilità di Konstantin Malofeev, oligarca russo molto conosciuto tra gli ambienti nazional-conservatori e ultraortodossi, oltretutto accusato da Washington e dall’Ue di aver finanziato i separatisti filorussi del Donbass e per questo soggetto a sanzioni da parte dell’occidente.
Proprietario di un’importante emittente televisiva che prende a modello Fox News, desidera la creazione di pensiero ideologico nazionalista e ultraortodosso, che si possa radicare prima in Russia e poi essere esportato fuori dai confini.
Fonda il centro studi e rivista online di geopolitica Katehon, che ha la missione di diffondere una visione eurasiatica. Proprio con Katehon il leghista Gianluca Savoini ha i primi rapporti, nel dicembre del 2016.
Ma sotto l’oligarca russo Malofeev, il politologo e filosofo Aleksandr Dugin fonda il suo movimento eurasiatico. Oggi Dugin non viene ben visto dagli ambienti politico-militari e accademici russi per via delle sue posizioni estremiste, visioni che hanno fatto storcere il naso anche al Cremlino.
Dugin viene annoverato come il consigliere del presidente Putin, denominato in alcune occasioni il “Rasputin putiniano”; ma in verità Dugin ha perso credito negli ambienti dell’establishment russo, soprattutto quando gli fu revocata la cattedra all’Università statale di Mosca.
Lega di Salvini ha quindi ingenuamente scelto un oligarca che non ha credito verso il Cremlino, poiché l’attuale residenza russa non ama le attività parallele in tema di politica internazionale.