LONDRA — Il traffico che intasa le città non danneggia solo polmoni e cuore: pesa anche sulla mente, fino al gesto estremo. Lo sostiene un’analisi che aggrega 29 studi internazionali, pubblicata sul Journal of Epidemiology & Community Health, rivista del gruppo del British Medical Journal: l’esposizione agli inquinanti atmosferici è associata a un rischio più alto di morte per suicidio e di pensieri suicidari.
Sotto accusa ci sono soprattutto il particolato fine e il biossido di azoto, i due inquinanti tipici del traffico urbano, indicati dagli autori come rischi particolari per l’ideazione suicidaria. La conclusione, riferisce il Guardian, è netta: l’esposizione ambientale andrebbe considerata nelle strategie di prevenzione del suicidio, accanto ai fattori clinici e sociali che le hanno guidate finora.
Come può l’aria sporca spingere una persona verso il suicidio? Il meccanismo ipotizzato è neurologico: diversi inquinanti sono stati collegati a effetti sul cervello capaci di incidere sull’umore e sulla capacità di reggere lo stress. E il traffico — nota l’Irish Times — non agisce solo con i gas di scarico: anche il rumore e l’inquinamento luminoso alterano l’orologio biologico e alimentano la tensione psichica.
I numeri dicono quanto la posta sia alta. Oltre 720.000 persone muoiono per suicidio ogni anno nel mondo (più di una al minuto), e l’Organizzazione mondiale della sanità punta a ridurre il dato di almeno un terzo entro il 2030, nel quadro del suo piano d’azione per la salute mentale. Una strategia costruita fin qui su psichiatri, farmaci e linee d’ascolto: la nuova analisi dice che una parte della partita si gioca fuori dagli ambulatori, nell’aria delle città — e chiama in causa chi decide dove passano le auto e quanto stringere i limiti alle emissioni.
I numeri di Yale
La revisione non nasce dal nulla. Nel luglio 2021 un gruppo della Yale University guidato dalla ricercatrice Seulkee Heo aveva passato al setaccio 2.274 articoli scientifici, includendone 18 sull’inquinamento e 32 sulla temperatura, in una meta-analisi sull’International Journal of Environmental Research and Public Health. Il risultato: per ogni aumento di un intervallo interquartile — il salto dai livelli bassi a quelli alti della scala — il rischio di suicidio saliva del 2 per cento con il particolato fine, dell’1 con il particolato grosso, del 3 con il biossido di azoto. Ozono, anidride solforosa e monossido di carbonio non risultavano associati. Il caldo, invece, sì: più 9 per cento ogni 7,1 gradi.
Ancora prima, nel marzo 2015, uno studio sull’American Journal of Epidemiology aveva misurato l’effetto a brevissimo termine: l’esposizione al biossido di azoto nei tre giorni precedenti il suicidio aumentava le probabilità del gesto fino al 20 per cento, con punte del 35 tra primavera e autunno. E nel dicembre 2019 un gruppo dello University College London aveva firmato la prima grande rassegna sistematica sul legame tra particolato e depressione, ansia, disturbo bipolare, psicosi e suicidio. Il quadro, tassello dopo tassello, si è fatto coerente.
Presi uno per uno, quegli aumenti percentuali sembrano piccoli. Ma moltiplicati per i miliardi di persone che ogni giorno respirano l’aria delle grandi città, diventano il dato che decide la questione: se anche una frazione dei 720.000 suicidi annui dipende da ciò che c’è nell’aria, ridurre lo smog è a tutti gli effetti prevenzione del suicidio.
Chi si trova in difficoltà o ha pensieri suicidari può chiamare, in Italia, Telefono Amico Italia (02 2327 2327) o Samaritans Onlus (06 77208977).



