SINGAPORE — Da Marina Bay la skyline del distretto finanziario si intravede appena: le torri sono sagome grigie dietro un velo lattiginoso, l’odore di bruciato entra negli atri climatizzati delle banche. Sul lungomare i passanti si fermano, alzano il telefono, fotografano quello che resta del panorama. È così da lunedì. Stamattina è peggio.
Alle 9 del mattino di oggi (le 3 in Italia) tutte e cinque le regioni di Singapore hanno superato la soglia dell’aria insalubre: l’indice PSI segnava 103 a nord, 106 a sud, 122 a est, 124 a ovest e 148 al centro — la soglia scatta a 101 —. Non accadeva dal settembre 2019 che l’intero Paese finisse nella fascia «unhealthy», riferisce l’emittente pubblica Channel NewsAsia. La causa è nota a ogni abitante della città-Stato: le colonne di fumo degli incendi che da settimane divorano il Kalimantan, la parte indonesiana del Borneo, e il sud di Sumatra.
L’Agenzia nazionale per l’ambiente, che con questi valori raccomanda ufficialmente di ridurre le attività all’aperto, ha attivato i piani di risposta per scuole, luoghi di lavoro e centri comunitari. La ministra per la Sostenibilità e l’Ambiente, Grace Fu, lo ha annunciato in un videomessaggio su Facebook: la maggior parte delle persone può proseguire le attività essenziali, ma anziani e soggetti fragili devono seguire gli avvisi, e alcuni spazi comunitari climatizzati potranno accogliere «chi ha bisogno di una tregua dalla foschia». Poi l’avvertimento: l’aria inquinata «potrebbe restare con noi per un po’».
La crisi covava da settimane. Il 4 settembre Singapore aveva già toccato livelli insalubri e figurava terza nella classifica delle città più inquinate al mondo, dietro Kuching, nel Borneo malaysiano, e Jakarta, mentre la Malaysia dichiarava l’emergenza in uno dei suoi Stati, riportava Bloomberg. Erano seguiti quattro giorni di aria «moderata». Poi, lunedì a mezzogiorno, la regione centrale ha di nuovo sforato quota 101. Stamattina il resto del Paese l’ha seguita.
Il super El Niño
Gli incendi sono un appuntamento annuale del Sud-Est asiatico: si brucia la foresta per far posto alle piantagioni, con pratiche tradizionali e commerciali che l’Indonesia non è mai riuscita a estirpare. Ma quest’anno c’è un’aggravante: il «super El Niño», atteso al picco tra settembre e ottobre e combinato con il Dipolo dell’Oceano Indiano, tiene la regione all’asciutto. Il centro meteorologico specializzato dell’Asean — l’organizzazione dei Paesi del Sud-Est asiatico — ha alzato l’allerta foschia al livello 3 già il 26 agosto e prevede piogge sotto la media fino a ottobre, con i venti che spingono il fumo del Kalimantan verso il Sarawak e le Filippine e quello di Sumatra su Malaysia e Singapore.
L’Indonesia ha ampliato le operazioni antincendio, con velivoli e circa mille uomini schierati tra Kalimantan e Sumatra, e ha autorizzato la Malaysia a inseminare le nuvole per provocare pioggia. Ma la partita, per Singapore, è impari: la città-Stato può filtrare l’aria dei suoi centri comunitari, non spegnere fuochi che bruciano in un altro Paese. Il 1° settembre sei delle venti città più inquinate al mondo, secondo i rilevamenti di IQAir, erano in questa regione: Kuching prima, Kuala Lumpur quarta, poi Medan, Singapore e Jakarta.
Il fumo, intanto, ha smesso da tempo di fermarsi alle coste. A Mempawah, nel Kalimantan occidentale, la nave da sbarco giapponese Kunisaki è rimasta ormeggiata per giorni nel porto internazionale di Kijing avvolta dalla foschia: una sagoma grigia anche lei, come i grattacieli di Marina Bay a milleduecento chilometri di distanza.


