NAHA — Per mezzo secolo Okinawa è stata la prefettura giapponese che diceva no ai militari: no alle basi americane, no ai jet sopra le scuole, no al cemento sulla barriera corallina. Domani i suoi elettori potrebbero scegliere un governatore che vuole più difesa, non meno. E quasi metà di loro, dicono i sondaggi, è d’accordo.

Domenica 13 settembre l’arcipelago a sud del Giappone — il territorio nazionale più vicino a Taiwan e alla Cina — elegge il governatore, e la corsa è serrata: il presidente uscente Denny Tamaki, 66 anni, indipendente e volto storico dell’opposizione alle basi, sfida Genta Koja, 42 anni, ex vicesindaco del capoluogo Naha sostenuto dal Partito liberaldemocratico al governo a Tokyo. Bloomberg riferisce di una crescente accettazione, soprattutto fra i più giovani, di forze armate più robuste contro la minaccia cinese.

I numeri raccontano il cambiamento. Secondo un sondaggio dei quotidiani Okinawa Times e Asahi Shimbun del 5-6 settembre, il 45% dei residenti è favorevole al rafforzamento militare giapponese nell’arcipelago, contro il 34% di contrari; fra i quarantenni il consenso tocca il 69%. E questo in una prefettura che ospita circa il 70% del suolo a uso esclusivo militare americano in Giappone, ed è al tempo stesso quella col reddito medio più basso del Paese.

Perché proprio ora? Perché la minaccia non è più teorica. Jet e droni cinesi sorvolano regolarmente l’area, navi della guardia costiera di Pechino pattugliano le acque delle Senkaku — le isole disabitate amministrate dal Giappone e rivendicate dalla Cina — e nel 2022 un missile cinese, lanciato durante le esercitazioni attorno a Taiwan, cadde nella zona economica esclusiva giapponese a sud di un’isola della prefettura. Il calcolo degli okinawani, semplicemente, è cambiato.

Tamaki contro Koja

Tamaki, al terzo tentativo di mandato, ha costruito la sua carriera sull’opposizione al trasferimento dell’aerostazione dei Marines di Futenma, incastonata nella densamente popolata Ginowan. Ma in campagna elettorale di basi parla poco: ha esaurito le vie legali contro il progetto e preferisce rivendicare i risultati economici. Sul suo cammino pesa anche il ribaltamento, a marzo, di imbarcazioni di manifestanti contrari al cantiere di Henoko, con due morti — tra cui uno studente in gita.

Koja va nella direzione opposta: è favorevole allo spostamento di Futenma al nuovo aeroporto in costruzione a Camp Schwab, sulla costa di Henoko, e alla restituzione delle aree americane a sud della base di Kadena, secondo il piano concordato nel 2013. Promette di raddoppiare i redditi e di fare di Okinawa un polo della sanità e della cosmetica. In corsa ci sono sei candidati, un record per la prefettura.

Ma il vero terreno di scontro non sono né le basi né la Cina. Un sondaggio di fine agosto ripreso da Stars and Stripes, il quotidiano delle forze armate statunitensi, indica che il 47% degli elettori mette al primo posto economia, lavoro e caro-vita; solo il 16,6% cita basi e sicurezza. «Gli elettori sembrano preoccupati soprattutto di assicurare migliori prospettive economiche a sé e ai figli», osserva un docente di studi asiatici della Temple University Japan.

La partita vera, intanto, si gioca a Tokyo. Una vittoria di Koja consegnerebbe alla premier Sanae Takaichi una prefettura storicamente ostile alla sua agenda di sicurezza — e a febbraio il suo partito ha già vinto tutti e quattro i collegi uninominali dell’isola alle elezioni per la Camera bassa. Okinawa è il cuore della prima catena di isole che contiene l’espansione navale cinese: «la chiave del Pacifico», la chiamano gli strateghi dal dopoguerra. Domenica si saprà chi la tiene in mano.