UTRECHT — «Chi ha voluto fermare i treni d’Olanda?». È la domanda che a metà giornata nessuno, all’Aia, è in grado di sciogliere. All’alba di oggi il personale ferroviario ha scoperto materiali deliberatamente collocati sui binari in una ventina di punti della rete, dal centro all’est del Paese: un’azione coordinata che ProRail, il gestore dell’infrastruttura, non esita a chiamare col suo nome. «Sembra trattarsi di sabotaggio», ha detto la società, riferisce l’Associated Press.
I fatti sono nitidi. Alle 5.30 del mattino i primi ritrovamenti: tubi lunghi da un metro e mezzo a due metri, non appoggiati ma legati alle rotaie — è proprio il fissaggio ad aver convinto ProRail dell’intenzionalità. Un treno li ha urtati vicino a Steenwijk, nella provincia orientale dell’Overijssel, senza feriti. I tubi mandano in tilt i circuiti di binario: i sensori segnalano la linea occupata, i segnali scattano al rosso, tutto si ferma.
Il risultato è stato il caos su mezzo Paese. Colpita Utrecht Centrale, il principale nodo ferroviario olandese; forti ritardi su Zwolle, Deventer e Amersfoort; perfino l’app delle ferrovie con cui gli olandesi pianificano i viaggi è andata fuori uso. Solo dalle 10 la circolazione ha ripreso sulla Utrecht-Zwolle e verso l’aeroporto di Schiphol.
Perché proprio oggi? È la seconda domanda, e pesa. Il 15 settembre è il Prinsjesdag, il giorno in cui il governo presenta il bilancio e re Willem-Alexander attraversa L’Aia in carrozza davanti a migliaia di persone: la giornata in cui lo Stato olandese si mette in vetrina. Chi ha agito ha scelto quella data — e difficilmente per caso: il blocco dei treni nel giorno della corona è un messaggio, prima ancora che un danno.
Le piste aperte
Chi, allora? Nessuna rivendicazione finora. Bart Schuurman, docente di terrorismo e violenza politica all’Università di Leiden, ha elencato all’emittente Rtl le piste possibili: un attore statale come la Russia, l’estremismo di sinistra, oppure gli agricoltori in rivolta contro la politica del governo sulle emissioni di azoto. Precisando, però, che per ora è pura speculazione.
Intanto la polizia nazionale lavora sui binari. Agenti dell’unità dei Paesi Bassi orientali sono stati visti su più tratti — Deventer, Veenendaal, Brummen, Barneveld, Twello, Lunteren, Putten. A Veenendaal hanno rimosso tubi dalla massicciata; a Deventer una gru ha sollevato un grosso sacco dal contenuto ancora ignoto.
Dal governo, per ora, nessuna risposta sull’origine dell’attacco. La sottosegretaria alle Infrastrutture Annet Bertram si è detta «profondamente preoccupata»: «Ora è fondamentale che si indaghi a fondo». Poco più di una formula, in attesa che gli inquirenti dicano di più.
La conseguenza, invece, è già misurabile. La rete olandese aveva registrato 391 gravi interruzioni nel 2026 prima di oggi; l’11 settembre in Germania era emerso il caso di un attivista climatico con piani di attacco alle reti elettriche tedesche e olandesi, mentre dal Baltico ai confini della Nato si allunga la catena di incidenti ibridi che l’Europa fatica a decifrare. E un sondaggio pubblicato proprio oggi dice che solo il 16 per cento degli elettori si fida del gabinetto guidato dal premier Jetten. Chiunque abbia legato quei tubi, ha dimostrato una cosa: bastano pochi metri d’acciaio per fermare i treni di un Paese intero.



