RIAD — L’Arabia Saudita ferma la mano, per ora. Il regno ha sospeso «in questa fase» la rappresaglia per l’attacco di droni che venerdì ha colpito l’oleodotto Est-Ovest, accogliendo la richiesta del premier iracheno Ali al-Zaidi: i velivoli erano partiti dalla provincia di Maysan, nel sud-est dell’Iraq, e Baghdad ha reagito rimuovendo il comandante militare locale e chiudendo il valico di Shalamcheh con l’Iran, riferisce Reuters. Il governo iracheno ha promesso «azioni legali contro chiunque risulti coinvolto»: il proprio territorio, ha detto, non sarà una «rampa di lancio per attacchi contro qualsiasi nazione».
Ma è una pausa, non una distensione. Riad si riserva «tutte le misure necessarie», ha fatto rinviare l’incontro con Teheran previsto in Oman sulla riapertura dello stretto di Hormuz, e il Brent viaggia oltre i 107 dollari al barile. La partita vera è questa: per la prima volta entrambe le vie d’uscita del petrolio saudita — il Golfo e il Mar Rosso — sono compromesse insieme.
L’oleodotto colpito è la spina dorsale energetica del regno: 1.200 chilometri da Abqaiq, nell’est, al porto di Yanbu sul Mar Rosso, gestito dal colosso statale Saudi Aramco. I droni hanno causato feriti e danni nelle regioni di Riad e Medina, secondo il ministero degli Esteri saudita; il ministero dell’Energia ha chiuso la condotta in via precauzionale, con le squadre al lavoro per «mettere in sicurezza l’oleodotto e valutarne l’integrità». Nessuno ha rivendicato l’attacco.
A pesare, nei palazzi di Riad, c’è anche la freddezza americana. Washington ha rifiutato un sostegno militare più robusto, e Donald Trump, in visita a Dublino, ha risposto così alla domanda se dietro i droni ci sia l’Iran: «Beh, penso di sì. Probabilmente sì. Sa, sono sulle punte dei piedi in questo momento». Poi ha assicurato che il traffico marittimo a Hormuz «andrà bene» e ha rivelato colloqui — senza dire quando — con gli Houthi: «Ci hanno chiamato e non vogliono combattere con noi». Per il principale alleato del regno, insomma, «andrà tutto a meraviglia». Per gli analisti del Golfo, è uno shock strategico.
La morsa sul Mar Rosso
Per capire lo shock bisogna tornare indietro. Hormuz è chiuso dallo scorso marzo: da allora tutto il greggio saudita usciva da Yanbu, via Mar Rosso. Ma venerdì gli Houthi hanno completato la conquista della costa yemenita, prendendo tre isole strategiche tra cui Mayun, nel Bab al-Mandeb — il collo di bottiglia da cui passa circa il 12% del commercio mondiale. I ribelli hanno dichiarato la navigazione «sicura» per tutti tranne che per le navi saudite, minacciando la chiusura totale dello stretto e avvertendo contro qualsiasi intervento esterno.
«Molto probabilmente un ordine di Teheran», dice ad Al Jazeera l’analista di sicurezza Wolfgang Pusztai: un sostegno all’obiettivo di guerra degli Houthi — il ritiro saudita dallo Yemen — e insieme il segnale che l’Iran «non permette più all’Arabia Saudita di aggirare lo stretto di Hormuz». Funzionari regionali confermano un coordinamento recente tra Houthi e milizie irachene negli attacchi agli impianti petroliferi del regno. E a luglio i raid congiunti di Usa e Arabia Saudita contro le Forze di mobilitazione popolare filo-iraniane in Iraq avevano fatto almeno 20 morti: l’oleodotto in fiamme, per molti, è la risposta.
La sospensione della rappresaglia, intanto, non scioglie nulla. Il patto di difesa della Mecca con Turchia e Pakistan, annunciato ad agosto, è «ancora in costruzione» — e Islamabad, nel frattempo, ha aperto un proprio canale con Teheran. «Vedremo più escalation nella regione e più confronto militare», prevede Abdulaziz Alghashian, ricercatore del Gulf International Forum. Il greggio, per ora, resta fermo dov’è.

