BELGRADO — Gli studenti serbi entrano ufficialmente in campo. Lunedì hanno depositato la loro lista alla Commissione elettorale della Repubblica, con le scatole di firme raccolte nei giorni scorsi per qualificarsi alla scheda. Il movimento nato dalle proteste di piazza sfiderà il presidente Aleksandar Vučić alle elezioni anticipate del 25 ottobre.

È una candidatura, non ancora un’alternativa di governo. E c’è un dettaglio che salta all’occhio: di studenti, nella lista degli studenti, non ce n’è quasi nessuno. Perché? È una scelta deliberata del movimento, che ha selezionato 250 nomi — uno per ciascun seggio dell’Assemblea nazionale, il parlamento di Belgrado — pescando tra professori, insegnanti, esperti ed ex sportivi: volti credibili per un elettorato più largo di quello delle piazze.

La consegna è stata una festa. L’Associated Press descrive qualche migliaio di persone in corteo nel centro della capitale, gli applausi, il grido «Vittoria», uno striscione gigante con la scritta «Gli studenti vincono» e una copia del Vincitore — il Pobednik, la statua che domina Belgrado dalla fortezza sul Danubio — portata in trionfo tra la folla.

La lista si chiama «Lista studentesca – Gli studenti vincono», riferisce Euronews. Capolista è Ilija Srđanović; accanto a lui l’ex stella del basket Dejan Bodiroga, l’ex governatore della banca centrale Dejan Šoškić, il musicista Feđa Dimović, l’atleta Mihal Dudaš e il professore di filosofia Aleksandar Baucal. Nomi noti e nomi sconosciuti, tenuti insieme dal marchio del movimento.

Vučić ha risposto a stretto giro, lunedì stesso: «Una lista senza nome, senza programma, senza piani, senza niente». Il presidente ha denunciato una campagna di menzogne contro il governo, comprese le ricostruzioni sull’uso di un’arma sonica contro manifestanti pacifici.

Il crollo di Novi Sad

Per capire come si è arrivati qui bisogna tornare al 1° novembre 2024, quando a Novi Sad, seconda città della Serbia, crollò la pensilina della stazione ferroviaria appena ristrutturata: 16 morti. Da quella strage — letta come il frutto della corruzione negli appalti — sono nate manifestazioni quasi quotidiane, a volte con centinaia di migliaia di persone, e una richiesta martellante: elezioni anticipate. Vučić ha resistito per oltre un anno. Poi ha ceduto, ma alle sue condizioni.

L’8 settembre ha annunciato lo scioglimento del Parlamento e il voto del 25 ottobre. Il 27 settembre si dimetterà da presidente per guidare la campagna del suo Partito progressista serbo e candidarsi a primo ministro. La Costituzione gli vieta un terzo mandato presidenziale: la partita vera, per lui, è cambiare poltrona senza lasciare il potere che detiene, da premier o da capo dello Stato, dal 2014 — mentre il suo partito governa da 14 anni. Le presidenziali anticipate si terranno separatamente.

Il campo, intanto, si è schierato: i partiti storici dell’opposizione, dal Partito democratico al Fronte verde-sinistra, rinunciano a liste proprie e appoggiano gli studenti. Ma la lista depositata lunedì non scioglie i nodi veri della sfida: una campagna di sei settimane contro l’apparato e i media che il potere controlla da tre lustri, e la domanda che deciderà tutto — se la rabbia che ha riempito le piazze saprà riempire anche le urne.