La polizia congolese ha disperso il 15 settembre le manifestazioni contro una possibile modifica della Costituzione che potrebbe consentire al presidente Félix Tshisekedi di puntare a un terzo mandato. A Kinshasa gli agenti hanno utilizzato gas lacrimogeni e colpi di avvertimento ed effettuato arresti, mentre proteste sono state segnalate anche a Lubumbashi e Mbandaka.
La Costituzione della Repubblica Democratica del Congo limita la presidenza a due mandati di cinque anni. Una legge approvata dal Parlamento, consentendo di sottoporre a referendum eventuali modifiche costituzionali, ha però alimentato i timori dell’opposizione che possa essere aperta la strada alla permanenza di Tshisekedi oltre l’attuale mandato. La coalizione C64 accusa il presidente di voler modificare le regole per mantenere il potere.
Tshisekedi ha annunciato un dialogo nazionale della durata di tre mesi per affrontare le tensioni politiche. L’opposizione teme tuttavia che l’iniziativa possa servire a rinviare le decisioni più controverse e preparare il terreno a una revisione costituzionale.
La crisi arriva mentre il governo di Kinshasa è impegnato su diversi fronti, soprattutto nelle regioni orientali, dove l’M23 ha conquistato importanti centri e consolidato strutture amministrative nelle aree sotto il proprio controllo. Il governo congolese accusa il Ruanda di sostenere militarmente il movimento ribelle, mentre Kigali afferma che la propria politica è determinata dalle minacce alla sicurezza provenienti dal territorio congolese.
Le forze armate congolesi devono affrontare contemporaneamente problemi di comando, logistica, disciplina e corruzione. Il controllo da parte dell’M23 di importanti città e vie di comunicazione nell’Est rappresenta una grave difficoltà per Kinshasa, che deve impiegare risorse per contrastare l’insurrezione mentre aumenta la tensione politica nella capitale e nelle principali città.
La competizione nell’Est ha inoltre una rilevante dimensione economica. Le regioni interessate dal conflitto dispongono di giacimenti di oro, stagno, tantalio, cobalto e altre materie prime strategiche. Il controllo dei territori e delle vie commerciali permette ai diversi attori coinvolti di esercitare influenza sui flussi minerari destinati ai mercati internazionali.
I negoziati tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda, condotti anche attraverso la mediazione degli Stati Uniti, non hanno finora prodotto una stabilizzazione duratura sul terreno. Il protrarsi del conflitto continua a indebolire l’autorità dello Stato e ad aggravare una situazione umanitaria già estremamente difficile.
Milioni di congolesi risultano sfollati all’interno del Paese e decine di milioni affrontano condizioni di insicurezza alimentare. Alle conseguenze della guerra si aggiungono emergenze sanitarie che diventano particolarmente difficili da gestire nelle aree dove il personale medico non riesce a operare regolarmente e gli spostamenti della popolazione complicano il controllo delle epidemie.
Le Nazioni Unite hanno richiesto ingenti risorse per finanziare gli interventi umanitari, mentre i fondi disponibili rimangono inferiori alle necessità. La Repubblica Democratica del Congo continua così a vivere il contrasto tra l’enorme disponibilità di risorse naturali e la difficoltà dello Stato nel garantire sicurezza, assistenza sanitaria e condizioni economiche adeguate a gran parte della popolazione.
La controversia sulla Costituzione rischia ora di aggiungere una crisi di legittimità alle emergenze militari, economiche e umanitarie. L’eventuale modifica delle regole sui mandati presidenziali potrebbe accentuare lo scontro con l’opposizione proprio mentre Kinshasa deve rafforzare le istituzioni e recuperare il controllo delle regioni orientali. La gestione della questione costituzionale diventa quindi una delle principali prove politiche per Tshisekedi e per la stabilità della Repubblica Democratica del Congo.




