MADRID — Quattro ore di camera di consiglio, sei magistrati della Terza sezione della Corte suprema — quella del contenzioso amministrativo — e una posta che si misura in schede elettorali: circa mezzo milione, quasi tutte in arrivo dall’America latina. Alla fine i giudici hanno deciso, cinque voti contro uno: i cittadini naturalizzati grazie alla «legge dei nipoti» restano, per ora, fuori dalle liste elettorali spagnole.

L’ordinanza, resa nota martedì e di cui si attende in questi giorni la motivazione integrale, sospende in via cautelare l’iscrizione al registro degli elettori residenti all’estero per chi ha ottenuto la nazionalità con la Legge di memoria democratica dell’ottobre 2022, riferisce Le Monde. È la norma voluta dal governo del socialista Pedro Sánchez per i discendenti degli esuli della guerra civile e del franchismo: figli e nipoti di chi fuggì dalla Spagna hanno potuto chiedere il passaporto nei consolati di mezzo mondo.

Perché non tutti i nuovi cittadini, allora? Perché la sospensione colpisce solo chi ha beneficiato della presunzione di esilio introdotta da un’istruzione del ministero della Giustizia, che considera esule chiunque abbia lasciato il Paese tra il 18 luglio 1936 e il 31 dicembre 1955, senza altre prove. Chi invece documenta individualmente l’esilio del genitore o del nonno conserva il diritto di voto. La nazionalità, in ogni caso, resta intatta: in gioco c’è solo la scheda. La Corte ha ordinato alla Giunta elettorale centrale — l’equivalente spagnolo dei nostri uffici elettorali — di raccogliere subito i dati dai registri consolari e di separare i fascicoli.

Cinque contro uno

Nella stanza si sono confrontate due letture opposte. Il ricorso era arrivato da Vox, il partito di estrema destra, e dall’associazione Iustitia Europa, dopo un primo no della Giunta elettorale, che si era dichiarata incompetente. La maggioranza dei giudici, guidata dai conservatori della sezione, ha evocato un rischio di frode elettorale «reale e grave», pur senza citare casi concreti. Contro ha votato solo la giudice Alicia Millán: la misura è sproporzionata, ha sostenuto, e la Corte non può colpire un’istruzione ministeriale che nessuno ha mai impugnato. La sentenza di merito è attesa a dicembre.

I numeri spiegano la durezza dello scontro. Al 31 maggio i consolati avevano registrato oltre 2,4 milioni di domande e appuntamenti, secondo The Local Spain; circa mezzo milione di persone ha già ottenuto la cittadinanza, con le comunità più numerose in Argentina, a Cuba e in Messico. Le prossime elezioni politiche spagnole sono in calendario nel 2027.

Il governo non l’ha presa bene. Dopo il Consiglio dei ministri, la portavoce dell’esecutivo Elma Saiz ha fatto sapere che il governo non condivide la decisione; il ministro della Giustizia Félix Bolaños ha insistito sul carattere provvisorio della misura, in attesa del giudizio di merito. Sul fronte opposto, Popolari e Vox parlano di ingegneria elettorale smascherata: la legge, accusano, sarebbe servita a fabbricare elettori fedeli alla sinistra.

Ed è qui la partita vera. Il voto degli spagnoli all’estero, storicamente marginale, con mezzo milione di schede in più dall’America latina potrebbe pesare in un Paese dove le maggioranze si decidono per pochi seggi — e Vox, presentando il ricorso, ha calcolato che quei voti non sarebbero andati a destra. Al palazzo di giustizia si discute di frode e di competenze; alla Moncloa e nelle sedi dei partiti, intanto, si contano già le schede del 2027.