MOSCA — La frase pronunciata davanti ai giornalisti, i droni sui valichi di frontiera, i raid sulle città: messi in fila, gli episodi degli ultimi giorni non sono incidenti isolati ma un disegno. Venerdì, a margine del vertice dei Brics in India — il gruppo delle grandi economie emergenti —, il presidente russo Vladimir Putin ha alzato la posta con gli europei: «Ora parlano di come stanno valutando l’invio di truppe in Ucraina. Questo significa una guerra con la Russia», ha detto, come riferisce l’Associated Press.

Nel mirino c’è la forza di interposizione su cui lavorano dal 2025 Francia e Regno Unito alla testa della «coalizione dei volenterosi»: soldati europei a garanzia di un eventuale cessate il fuoco, prospettiva che Mosca ha sempre bollato come inaccettabile. Putin ha usato il consueto doppio registro: prima la minaccia, subito dopo la rassicurazione. «Non minacciamo, né intendiamo minacciare, i Paesi europei», ha aggiunto, sostenendo che una minaccia russa all’Europa «non c’è e non c’è mai stata».

Ma sul terreno la campagna aerea russa dice altro. Nella notte di sabato Odessa, il grande porto ucraino sul Mar Nero, ha contato 35 feriti in quello che il capo dell’amministrazione regionale ha definito «un attacco massiccio»: colpito un palazzo residenziale, i piani alti completamente distrutti. A Zaporizhzhia i droni hanno ucciso due persone in una zona abitata, un morto a Kryvyi Rih, altri due nella regione di Zhytomyr, dove un attacco ha centrato in pieno pomeriggio un negozio di alimentari. Cinque civili uccisi in un giorno, decine di feriti. Intanto missili balistici e droni a reazione martellano la rete elettrica ucraina in vista dell’inverno, per fiaccare la popolazione.

Droni sui valichi

Poi c’è il fronte dei confini. Martedì notte droni russi hanno colpito il valico di Starokozache, fra Ucraina e Moldavia, uccidendo due persone; la notte successiva una «minaccia diretta» a un valico polacco-ucraino è stata sventata dalla cooperazione fra Varsavia e Kiev. Per il premier polacco Donald Tusk è solo l’anticipo di provocazioni più intense ai passaggi fra l’Ucraina e l’Europa. Il Washington Post riferisce che un drone ha colpito una stazione della linea ferroviaria Kiev-Varsavia poco dopo il passaggio di alte personalità occidentali, che la Polonia ha recuperato nel Baltico un drone giudicato russo dal suo ministro della Difesa e che il Cremlino ha annunciato che continuerà a colpire obiettivi «in tutta» l’Ucraina; Parigi parla di un tentativo di «intimidire» chi sostiene Kiev. Il vero destinatario del messaggio, del resto, non è Kiev: sono le capitali europee che devono decidere sulle truppe.

Kiev, intanto, risponde. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato che le sue forze hanno colpito due impianti chimici in territorio russo, a Samara e a Perm. I governatori delle due regioni tacciono, ma il sito indipendente russo Astra ha dato conto di attacchi con droni su stabilimenti chimici in entrambe le aree.

E il negoziato? Zelensky, in un’intervista all’emittente pubblica tedesca Deutsche Welle pubblicata sabato, si è detto pronto a incontrare Putin se entrambi saranno invitati al vertice del G20 di dicembre a Miami. Da Mosca, risposte a scacchiera: il consigliere diplomatico di Putin ha fatto sapere che la partecipazione del presidente non è ancora stata discussa, mentre il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha rilanciato il vecchio invito — se Zelensky vuole davvero vedere Putin, può volare a Mosca — che Kiev ha già respinto.

L’ultima parola, per ora, è del ministro degli Esteri Sergej Lavrov: la Russia è «pronta al negoziato», ma l’«operazione militare speciale» — così Mosca chiama da quattro anni e mezzo la guerra — «non sarà sospesa durante questo periodo di trattative». Tradotto: si può trattare, ma sotto le bombe. E Tusk avverte: ai valichi verso l’Europa, il peggio deve ancora arrivare.