di Vincenzo Tartaglia –
A causa del conflitto in Medio Oriente tra Iran e Stati Uniti-Israele e del conseguente blocco dello Stretto di Hormuz, snodo nevralgico a livello globale per le forniture di petrolio e gas nonché uno dei principali passaggi commerciali e logistici del mondo, molte compagnie navali hanno deciso di percorrere rotte marittime alternative per raggiungere l’Europa. Oltre al Canale egiziano di Suez, una delle principali alternative è rappresentata dal passaggio marittimo presso il Capo di Buona Speranza, situato nella Repubblica del Sudafrica.
In particolare, il porto di Città del Capo, come riportato dai quotidiani The Citizen e Daily Sabah, negli ultimi giorni ha registrato un aumento del 112% delle navi dirottate, dopo che diverse compagnie di navigazione globali hanno scelto di dirigersi verso il Capo di Buona Speranza. Tra le prime a usufruire di questa rotta vi sono alcune delle maggiori compagnie di trasporto marittimo al mondo, come la danese Maersk e la tedesca Hapag-Lloyd.
La Camera di Commercio e Industria del Capo Occidentale ha affermato che questo cambiamento ha portato a un’impennata delle deviazioni verso la città sudafricana a partire dall’inizio di marzo 2026. Ciò significa che per le navi si aggiungeranno circa 10-14 giorni ai tempi di transito necessari per circumnavigare l’Africa e raggiungere l’Europa, aumentando significativamente i costi di carburante e di assicurazione per il commercio globale.
Per Città del Capo questa situazione rappresenta un’arma a doppio taglio: da un lato, la crisi in Medio Oriente accresce il prestigio della rotta marittima sudafricana, tornata vitale per il commercio globale; dall’altro lato, l’enorme mole di navi dirette verso il porto potrebbe creare difficoltà nella gestione di un traffico così intenso. Inoltre, la stessa Camera di Commercio ha sottolineato che gli esportatori di frutta e i produttori agricoli della regione del Capo Occidentale stanno già risentendo delle difficoltà logistiche e dell’aumento dei costi di produzione derivanti dalla crisi in corso, anche perché il Paese africano esporta ingenti quantità di frutta verso i Paesi arabi del Golfo.
Sul fronte minerario, se il conflitto mediorientale dovesse far aumentare i prezzi dell’oro e dei metalli preziosi, come riportato dal quotidiano sudafricano The Citizen, diversi magnati minerari del Paese, tra cui Patrice Motsepe, fondatore della African Rainbow Minerals, potrebbero trarne vantaggio. Prezzi più elevati delle materie prime potrebbero infatti dare nuovo impulso al settore minerario sudafricano e sostenere la crescita economica nazionale.
Proprio alla fine di febbraio, il governo sudafricano aveva posto il minerale di ferro al centro della propria strategia di espansione nel settore dei minerali critici, puntando a investimenti pari a 2 trilioni di rand (circa 103 miliardi di euro) nell’arco di cinque anni.
Tuttavia, tali investimenti e la crescita economica del Paese potrebbero rivelarsi effimeri e risentire pesantemente delle conseguenze della crisi mediorientale. Da qui l’urgenza di correre ai ripari: il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha dichiarato recentemente che il Sudafrica è pronto a svolgere un ruolo di mediazione nel conflitto in corso in Medio Oriente, qualora gli venisse formalmente richiesto.
Oltre alla dimensione diplomatica, come riportato da Agence de Presse Africaine e da Agência Brasil, il presidente sudafricano si è recato in Brasile per una visita ufficiale di Stato il 9 marzo, incontrando l’omologo Luiz Inácio Lula da Silva. L’obiettivo dell’incontro è stato quello di espandere gli scambi commerciali bilaterali e rafforzare il partenariato strategico tra i due Paesi, in vigore dal 2010.
Particolarmente significativa è stata la conferenza stampa congiunta dei due leader: oltre a esprimere preoccupazione per l’escalation in Medio Oriente, Lula ha proposto al Sudafrica di rafforzare la cooperazione nel campo della difesa militare. Il presidente brasiliano ha inoltre sottolineato come Brasile e Sudafrica condividano la convinzione che il Sud globale debba avere un ruolo più attivo nelle principali decisioni internazionali.












