KINSHASA — «Vuole un terzo mandato, Félix Tshisekedi?». La domanda che il presidente della Repubblica democratica del Congo lascia in sospeso da mesi ieri è scesa in piazza, e la risposta delle autorità è arrivata sotto forma di lacrimogeni e colpi in aria. La polizia ha disperso i cortei dell’opposizione a Kinshasa, Lubumbashi, Kindu e Uvira: manifestavano contro il progetto di revisione costituzionale che, secondo i critici, spianerebbe la strada a una nuova candidatura del capo dello Stato.

A Kinshasa il corteo — centinaia di persone, partito pacifico — è degenerato dopo gli scontri con gruppi di sostenitori filogovernativi: lacrimogeni e spari di avvertimento, riferiscono i testimoni di Reuters. Il bilancio: almeno due feriti e militanti arrestati in varie città. A chiamare la mobilitazione era la coalizione C64, legata agli ex candidati presidenziali Martin Fayulu, Moïse Katumbi e Delly Sesanga.

Ma perché una revisione, se la Costituzione congolese vieta espressamente di toccare i limiti di mandato? Il passaggio è tecnico e decisivo: una proposta di legge all’Assemblea nazionale, la camera bassa, consentirebbe al presidente di modificare quelle norme in caso di «disfunzione grave» che paralizzi le istituzioni, eventualmente per via referendaria. Tshisekedi, 62 anni, al potere dal 2019 e con il secondo mandato in scadenza nel 2028, non ha mai chiuso il discorso: «Se il popolo lo desidera», ha detto in giugno. La porta, insomma, resta socchiusa per legge.

Chi ha sparato, e su chi? «C’è stato un massacro, e la polizia sparava su di noi. Dio è grande, ne sono uscito vivo», ha detto Fayulu all’Associated Press, prima dell’accusa più pesante: «Lo Stato congolese lavora con la milizia di un partito politico». Non è la prima volta: il 12 giugno un corteo della stessa coalizione davanti al parlamento finì allo stesso modo, e Fayulu ne uscì con il volto insanguinato.

E perché vietare le manifestazioni, come è accaduto a Lubumbashi e Uvira? La motivazione ufficiale sono i divieti di assembramento in vigore per l’epidemia di Ebola, in rapida diffusione nel Paese — un argomento sanitario che, applicato alle sole piazze dell’opposizione, suona politico. Il governo respinge tutto: «Il diritto di manifestare è riconosciuto dalla Costituzione, ma va esercitato correttamente», ha detto il portavoce Patrick Muyaya, che accusa gli organizzatori di aver fatto circolare il falso annuncio della chiusura delle scuole. Eppure tre settimane fa il presidente aveva annunciato un dialogo nazionale con opposizioni, società civile e leader religiosi; la piazza di ieri dice che l’opposizione non ci crede.

La partita di Ginevra

Il tempismo pesa. Oggi e domani a Ginevra si riuniscono le delegazioni di Congo e Ruanda per la settima sessione del meccanismo congiunto di sicurezza che vigila sugli accordi di pace firmati a Washington nel giugno 2025, con mediatori americani, qatarioti, togolesi e dell’Unione africana. Nessuno dei due impegni chiave è stato completato: Kinshasa doveva neutralizzare le FDLR — la milizia hutu nata dai reparti fuggiti dal Ruanda dopo il genocidio dei tutsi del 1994 — e Kigali ritirare le proprie forze dal confine.

Il nodo si è anzi stretto: a fine luglio il governo congolese ha annunciato un protocollo di disarmo firmato da una fazione delle FDLR, ma il Ruanda lo ha respinto — l’accordo impone di «neutralizzare», non di negoziare — accusando Kinshasa di continuare a sostenere il gruppo. Intanto i ribelli dell’M23, che tengono Goma e Bukavu, i capoluoghi dei due Kivu, restano fuori dall’intesa e continuano a battersi con l’esercito. Per Tshisekedi la partita è doppia: a Ginevra deve presentarsi garante di una pace fragile, mentre in casa la sua polizia spara in aria sui cortei che gli chiedono di rispettare la Costituzione.