PRETORIA — «Il tempo del “dialogo” infinito è finito. Basta. L’America ha solo tanta pazienza». Con queste parole, affidate mercoledì mattina al suo profilo X, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Sudafrica Leo Brent Bozell ha messo il sigillo alla decisione annunciata poche ore prima a Washington: l’America negherà il visto ai funzionari sudafricani ritenuti responsabili — o complici — di «espropri di terra senza compensazione, discriminazione su base razziale e incitamento alla violenza contro minoranze etniche o razziali».

Ad annunciare la stretta, martedì, era stato il segretario di Stato Marco Rubio. «Il governo sudafricano ha costantemente mancato di affrontare adeguatamente la criminalità rurale, la retorica violenta e disumanizzante e le politiche discriminatorie su base razziale contro gli afrikaner e altre minoranze», ha detto, secondo quanto riferisce la CNN. E ha avvertito: le restrizioni sono «solo il primo passo di una serie di misure di escalation».

Chi colpisce, in concreto, la misura? Washington non ha fatto nomi, e proprio l’indeterminatezza è parte della pressione: qualunque ministro, giudice o parlamentare di Pretoria può ora scoprirsi indesiderato negli Stati Uniti. La direttiva allude anche ai «canti disumanizzanti», cioè a «Kill the Boer», il canto di lotta dell’era anti-apartheid che la Corte costituzionale sudafricana ha ritenuto legittimo — sentenze che Bozell aveva attaccato pubblicamente, guadagnandosi una protesta formale del ministero degli Esteri di Pretoria.

Il calendario dice il resto: la stretta arriva a una settimana esatta dall’Assemblea generale dell’Onu, il 22 settembre a New York, dove il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa dovrà salire al podio da capofila del Sud globale — è suo il ricorso contro Israele alla Corte internazionale di giustizia, l’Aja delle dispute tra Stati, che da mesi irrita la Casa Bianca. Il messaggio, più che ai funzionari senza nome, era per lui.

La terra e i numeri

La crociata di Donald Trump sul Sudafrica dura dal febbraio 2025, quando arrivarono le prime accuse e il taglio dei fondi. Nel maggio successivo il presidente americano mostrò a Ramaphosa, nello Studio Ovale, un video presentato come prova di un «genocidio» dei bianchi: la CNN lo verificò senza trovare riscontri. Intanto il programma americano per i rifugiati è stato riorientato quasi esclusivamente sui sudafricani bianchi — oltre 7.700 afrikaner ammessi negli Stati Uniti a fine giugno 2026, con il resto del programma pressoché chiuso. I numeri di fondo raccontano un’altra storia: i bianchi (meno del 10 per cento della popolazione) possiedono circa il 72 per cento della terra agricola, eredità della legge del 1913 che confinò i neri fuori dalle campagne migliori.

In Sudafrica la destra afrikaner esulta. «Il disprezzo mostrato da Ramaphosa e dalla sua amministrazione, che ha ignorato per oltre un anno le condizioni poste dagli Stati Uniti, porta ora a conseguenze serie e dirette», ha detto Corney Mulder, esponente del Freedom Front Plus, il partito della minoranza bianca rurale. Due giorni prima la presidenza, per bocca del portavoce Vincent Magwenya, aveva spiegato che non c’era «fretta» perché «nessuna scadenza» era stata fissata. Replica di Mulder: «C’è una scadenza chiara. È ora».

Ramaphosa, che il 27 agosto aveva ricevuto Bozell nella residenza presidenziale di Mahlamba Ndlopfu, per ora non ha commentato. Restano a verbale le parole dette a Trump nello Studio Ovale: «Quel che avete visto in quei discorsi non è politica di governo. Abbiamo una democrazia multipartitica. La nostra politica è completamente contraria a quel che diceva». Sedici mesi dopo, è ancora l’unica risposta di Pretoria.