EL-NAHUD — Khair al-Sayyed Jabara scava da martedì, con lo stesso piccone con cui fino a ieri cercava l’oro. Attorno a lui, decine di minatori come lui rimuovono roccia e terra a mani nude, a turni, senza fermarsi da una notte intera. «Non sappiamo quanti altri siano ancora là dentro», ha raccontato all’agenzia France Presse. «Stanno lavorando tutti duramente per recuperare i corpi o eventuali sopravvissuti, ma è difficile. Ci servono mezzi pesanti per rimuovere roccia e terra». I mezzi pesanti non arriveranno.

Il crollo dei pozzi della miniera d’oro di Al-Zaraa, presso la città di El-Nahud, nel Kordofan occidentale sudanese, ha ucciso almeno 67 persone: il bilancio, fornito da un’organizzazione medica sudanese che segue le operazioni e ripreso da Euronews, è destinato a salire, perché sotto le macerie restano altri dispersi che nessuno crede più vivi. Le vittime sono tutte minatori artigianali, uomini che scavano in proprio, in pozzi stretti e non autorizzati, per pochi grammi d’oro al giorno.

La dinamica la spiega chi c’era. Al-Amin Suleiman, un minatore che martedì lavorava sul bordo del sito, ha visto i pozzi cedere uno dopo l’altro: «Qui sono tutti vicini l’uno all’altro, se uno crolla trascina giù tutti quelli accanto. È quello che è successo. Finora sono stati estratti 60 corpi, ma ci sono persone ancora intrappolate sottoterra da ieri. Non credo siano vive». Gli scavi troppo ravvicinati — la fame d’oro non lascia spazio alle distanze di sicurezza — hanno trasformato il terreno in un castello di sabbia.

Perché nessuna squadra di soccorso, nessuna autorità, nessun bilancio ufficiale? Perché a El-Nahud non esiste un’autorità riconosciuta. Il Kordofan occidentale è controllato dalle Forze di supporto rapido, la formazione paramilitare in guerra con l’esercito sudanese dall’aprile 2023, la stessa accusata di genocidio nel confinante Darfur. I paramilitari hanno proclamato un governo parallelo, ma la loro capacità di amministrare è quasi nulla: la popolazione del Sudan occidentale sopravvive grazie agli aiuti e alle reti comunitarie. I soccorsi, qui, sono i minatori stessi.

L’oro che finanzia la guerra

C’è un paradosso feroce dietro questa tragedia: l’oro finanzia la guerra di entrambi gli schieramenti, ed è la stessa guerra a rendere impossibile soccorrere chi quell’oro lo estrae. Il Sudan, terzo Paese più esteso dell’Africa, è tra i primi produttori d’oro del continente: l’anno scorso 70 tonnellate, il massimo degli ultimi cinque anni. Gran parte del metallo esce di contrabbando attraverso Ciad, Sud Sudan ed Egitto e finisce negli Emirati Arabi Uniti, secondo esportatore mondiale d’oro, che respingono le accuse diffuse di armare i paramilitari.

L’estrazione artigianale — miniere dismesse, siti non ufficiali come Al-Zaraa — fornisce la maggior parte dell’oro sudanese e già prima della guerra dava lavoro a oltre 2 milioni di persone. Con l’economia devastata e la disoccupazione di massa, la corsa ai pozzi è diventata l’unico impiego possibile per molti, in un Paese dove quasi 20 milioni di persone soffrono la fame grave. Più il conflitto dura, più uomini scendono in pozzi che nessuno controlla.

A Al-Zaraa, intanto, Jabara continua a scavare. Sa che sotto quella terra ci sono ancora dei corpi, forse decine. Non sa quanti, e nessuno glielo verrà a dire.