MONROVIA — Quindici ore di volo sopra l’Atlantico, in manette. Carlos Tellez Sanchez, venezuelano di 35 anni che viveva in Texas, ha saputo la destinazione solo poche ore prima del decollo: la Liberia, un Paese dell’Africa occidentale — stretto fra Sierra Leone e Costa d’Avorio — di cui non aveva mai sentito il nome.
La sua storia, raccolta da CBS News in un reportage dalla Liberia pubblicato oggi, svela il meccanismo dietro il caso singolo: l’amministrazione Trump ha stretto intese con almeno 35 Paesi per deportare migranti in luoghi con cui non hanno alcun legame, e Monrovia ha accettato di riceverne fino a 1.200 in un anno. Tellez Sanchez è finito a quasi diecimila chilometri dalla moglie e dal figlio di cinque mesi, cittadino americano.
Il primo volo è atterrato giovedì 20 agosto al Roberts International Airport, fuori Monrovia, poco prima delle 13 ora locale (le 15 in Italia), con una ventina di persone a bordo: venezuelani, cubani, colombiani. Cinque si sono rifiutati di scendere. Gli agenti federali americani li hanno costretti a farlo, per poi riportarli sull’aereo: un video verificato dal New York Times li mostra seduti sull’asfalto della pista.
Da allora Tellez Sanchez passa le giornate in un hotel a più di un’ora dalla capitale, insieme a deportati arrivati da Brasile, Colombia, Honduras e altri Paesi. Era entrato illegalmente negli Stati Uniti nel 2021, in fuga dal Venezuela; a Dallas lavorava di giorno in una concessionaria d’auto e di notte consegnava cibo per Uber Eats. A suo carico non risultano accuse né condanne penali, solo le violazioni civili delle norme sull’immigrazione.
Otto Paesi in dieci giorni
Il quadro d’insieme è più vasto. In un arco di dieci giorni ad agosto, secondo documenti interni del governo americano, oltre 100 deportati provenienti da Afghanistan, Cuba e altri Paesi sono stati inviati con tre voli dell’Ice — la polizia federale dell’immigrazione — verso otto Stati africani: Burundi, Camerun, Repubblica Centrafricana, Guinea Equatoriale, Eswatini, Liberia, Ruanda e Sierra Leone. Gli accordi restano in gran parte segreti. Alcuni Paesi, come Ghana e Sierra Leone, accettano solo deportati di origine africana; Liberia, Eswatini e Repubblica Centrafricana prendono chiunque. Intanto gli arresti dell’Ice hanno toccato il massimo storico.
Perché la Liberia ha detto sì? Il governo ha presentato l’intesa come gesto «umanitario», coerente con la storia di un Paese nato nell’Ottocento come insediamento per schiavi afroamericani liberati. Ma c’è anche una contropartita concreta: Washington avrebbe esteso da 12 a 36 mesi i visti per i visitatori liberiani. Per l’amministrazione Trump, del resto, la destinazione conta poco — il bersaglio vero è chi pensa di attraversare il confine americano, e il messaggio è che si può finire dall’altra parte del mondo.
I rapporti fra i due presidenti hanno del resto un precedente rivelatore: a un pranzo alla Casa Bianca, nel luglio 2025, Trump elogiò il presidente liberiano Joseph Boakai per il suo «così buon inglese» — ignorando, a quanto pare, che l’inglese è la lingua ufficiale della Liberia e la lingua madre di Boakai.
Tellez Sanchez, in videochiamata dall’hotel dove aspetta di conoscere il proprio futuro, affida a una frase il senso della sua vicenda: «Non capisco come un Paese che si considera un eroe globale possa agire così verso un essere umano».



