Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha prorogato di un mese il divieto parziale sulle forniture di armi al Darfur, rinviando però lo scontro decisivo sull’ipotesi di estendere le restrizioni all’intero Sudan. Gli Stati Uniti sostengono l’allargamento dell’embargo, mentre la Russia si oppone e minaccia il veto, trasformando una misura formalmente destinata a contenere il conflitto in un nuovo terreno di confronto tra le grandi potenze.
La proroga mantiene in vita il regime introdotto dopo le violenze iniziate nel Darfur nel 2003, ma concede soprattutto alle diplomazie coinvolte altro tempo per cercare consensi e valutare gli sviluppi militari sul terreno.
Il Sudan rimane intanto devastato dalla guerra tra le forze armate sudanesi e le Forze di supporto rapido. Secondo le cifre riportate, il conflitto avrebbe provocato almeno 59mila morti e costretto circa tredici milioni di persone ad abbandonare le proprie abitazioni, mentre in diverse aree del Paese sono state registrate condizioni di carestia. Le organizzazioni umanitarie ritengono che il numero reale delle vittime possa essere considerevolmente superiore.
La discussione alle Nazioni Unite dimostra soprattutto quanto il conflitto sia ormai internazionalizzato. Dietro le due principali forze sudanesi operano interessi regionali, reti commerciali, traffici di armamenti e competizioni per le risorse che hanno trasformato il Paese in uno dei principali teatri della lotta per l’influenza in Africa.
Washington sostiene che mantenere le restrizioni soltanto sul Darfur non corrisponda più alla realtà militare. La guerra iniziata nell’aprile 2023 si è estesa a Khartoum, al Kordofan, alle principali vie di comunicazione e ad alcune delle aree agricole ed economiche più importanti del Paese.
Secondo la posizione statunitense, un embargo nazionale dovrebbe interessare entrambe le parti, ridurre l’afflusso di armamenti e aumentare la pressione affinché esercito e Forze di supporto rapido tornino al negoziato.
La proposta comprenderebbe inoltre un ampliamento delle sanzioni nei confronti dei responsabili di violenze sessuali, rapimenti, aggressioni contro il personale umanitario e distruzione degli aiuti.
L’attacco contro mezzi del Programma alimentare mondiale nel Kordofan meridionale, nel quale sarebbero andate perdute oltre cinquanta tonnellate di viveri, dimostra quanto l’accesso agli aiuti sia diventato parte integrante della guerra.
Un embargo esteso all’intero Sudan pone però un problema di equilibrio. Una misura formalmente identica per entrambi i belligeranti non produrrebbe necessariamente conseguenze uguali.
Le forze armate sudanesi dispongono delle strutture dello Stato, di aviazione, depositi e relazioni internazionali consolidate. Le Forze di supporto rapido dipendono maggiormente da collegamenti transfrontalieri, reti commerciali informali, contrabbando e sostegni esterni.
Il governo sudanese considera quindi la proposta statunitense una limitazione del proprio diritto all’autodifesa. Dal punto di vista delle autorità di Khartoum, impedire allo Stato riconosciuto di acquistare armamenti significherebbe equipararlo a una forza paramilitare che combatte contro le istituzioni.
È proprio su questo punto che si concentra l’opposizione della Russia. Mosca considera l’estensione dell’embargo una linea da non superare e potrebbe utilizzare il proprio veto in Consiglio di sicurezza.
La viceambasciatrice russa Anna Evstigneeva ha sollevato una questione politica precisa: perché proporre un embargo nazionale adesso, mentre l’esercito governativo dispone di una posizione più favorevole sul campo, e non nel 2023, quando le Forze di supporto rapido minacciavano direttamente la capitale?
Mosca interpreta quindi l’iniziativa americana come un possibile tentativo di congelare gli attuali equilibri militari prima che il governo sudanese riesca a trasformare i propri progressi sul terreno in un vantaggio politico.
La posizione russa risponde però anche a interessi strategici. Mosca vuole preservare i rapporti con le autorità sudanesi, mantenere possibilità di accesso al mar Rosso e consolidare una presenza economica in un Paese ricco di risorse minerarie.
Il Sudan dispone di importanti giacimenti auriferi, vaste terre agricole, una quota rilevante della produzione mondiale di gomma arabica e una posizione geografica che collega Sahel, Corno d’Africa, mar Rosso e mondo arabo.
Il confronto sull’embargo riguarda quindi anche porti, miniere, materie prime e corridoi commerciali. Dietro la disputa diplomatica tra Washington e Mosca emerge una competizione più ampia sulla futura collocazione internazionale del Sudan.
Rimane inoltre il problema dell’effettiva applicazione di un eventuale embargo nazionale. Il Sudan possiede migliaia di chilometri di frontiere con Libia, Ciad, Repubblica Centrafricana, Sud Sudan, Etiopia, Eritrea ed Egitto.
Senza un sistema efficace di sorveglianza, ispezioni e sanzioni contro gli attori coinvolti nei rifornimenti, le restrizioni rischierebbero di incidere soprattutto sulle transazioni ufficiali, lasciando operative molte delle reti clandestine.
Armi e munizioni potrebbero continuare a entrare attraverso piste desertiche, aeroporti secondari e intermediari. Un embargo non sufficientemente controllato potrebbe persino aumentare il prezzo degli armamenti e quindi i profitti delle organizzazioni capaci di gestire il contrabbando.
L’economia della guerra sudanese si alimenta inoltre attraverso l’oro. Il metallo estratto nelle aree controllate dai diversi attori può essere trasferito oltre confine e trasformato in risorse utilizzabili per acquistare armi, carburante e sostegno politico.
Finché queste reti finanziarie e commerciali continueranno a funzionare, intervenire esclusivamente sulle forniture militari ufficiali difficilmente sarà sufficiente a interrompere il conflitto.
Parallelamente peggiora la situazione umanitaria. Il Programma alimentare mondiale avrebbe ridotto da circa cinque milioni a tre milioni e mezzo il numero delle persone raggiunte dall’assistenza a causa della mancanza di fondi.
Il paradosso è evidente: mentre i belligeranti continuano a trovare canali attraverso i quali procurarsi armamenti, diminuiscono le risorse disponibili per fornire cibo, medicinali e ripari alla popolazione.
Il collasso della produzione agricola, la distruzione dei mercati e l’interruzione delle vie di trasporto producono inoltre conseguenze destinate a superare i confini sudanesi.
Nuovi movimenti di popolazione possono esercitare ulteriore pressione su Ciad, Egitto, Libia e altri Paesi confinanti e, successivamente, sulle rotte migratorie verso il Mediterraneo. La destabilizzazione del Sudan rischia inoltre di collegarsi alle crisi del Sahel e del Corno d’Africa.
La proroga di un mese dell’embargo appare quindi soprattutto come una tregua diplomatica. Stati Uniti e Russia utilizzeranno questo periodo per cercare sostegno alle rispettive posizioni, mentre le parti in guerra avranno interesse a migliorare le proprie condizioni militari prima della prossima decisione del Consiglio di sicurezza.
Il rischio è che il confronto sull’embargo finisca per sostituire una vera iniziativa politica capace di affrontare le cause e le reti internazionali che alimentano la guerra.
Il Sudan non è infatti soltanto il teatro dello scontro tra due forze armate. È diventato il punto d’incontro di interessi stranieri legati a oro, porti, rotte commerciali e influenza regionale. Ed è proprio questa dimensione internazionale a rendere particolarmente difficile trasformare un divieto sulle armi in uno strumento capace di fermare il conflitto.



