TEHERAN — Le mine e i barchini che a inizio luglio colpirono più mercantili nello Stretto di Hormuz, mandando in pezzi una tregua vecchia di tre settimane, non li aveva ordinati nessuno. Non il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, non il Consiglio supremo di sicurezza nazionale, non il generale Ahmad Vahidi, comandante dei Pasdaran, le Guardie della rivoluzione. A colpire, rivela oggi il New York Times, fu un gruppo di oltranzisti che agì all’insaputa dell’intera catena di comando della Repubblica islamica.
La ricostruzione del quotidiano americano, rilanciata in giornata da AFP, ha un dettaglio che vale un romanzo: Pezeshkian, colto di sorpresa dalle notizie degli attacchi, telefonò furibondo a Vahidi. E il capo dei Pasdaran gli avrebbe risposto di non aver autorizzato nulla — e di non averne saputo nulla. Il massimo organo di sicurezza del Paese era altrettanto all’oscuro. Eppure quelle esplosioni bastarono a provocare la reazione americana e ad affondare il Memorandum di Islamabad, l’intesa firmata il 17 giugno da Donald Trump e dallo stesso Pezeshkian per chiudere la guerra.
Per capire la posta basta la cronologia. Lo stretto — da cui passano 20 milioni di barili al giorno, un quinto del greggio mondiale via mare — è bloccato dal 28 febbraio, dopo l’attacco aereo americano-israeliano all’Iran: mine, abbordaggi, divieti di transito, il Brent oltre i 100 dollari con un picco a 126, ventimila marittimi intrappolati nel Golfo. Il memorandum di giugno aveva riaperto la rotta il 20. L’8 luglio, dopo gli attacchi, tutto è tornato come prima. Il bilancio complessivo della crisi: 20 marittimi e un portuale morti, 35 feriti, un disperso.
Ma il punto che non torna è un altro. Come può un gruppo marginale scatenare una crisi internazionale senza che nessuno, a Teheran, se ne accorga? La risposta del Times sta nel vuoto al vertice: la Guida suprema Mojtaba Khamenei, succeduto al padre Ali, non compare in pubblico dal giorno del suo insediamento. In quell’assenza, le fazioni si muovono da sole. La partita, da allora, non è più tra Washington e Teheran: è dentro Teheran.
I falchi ai posti chiave
Il quadro combacia con quanto il Wall Street Journal raccontava a metà agosto: dopo la firma del memorandum, i falchi si sono preparati a una guerra più ampia — più controllo dei Pasdaran sull’esercito regolare, veterani del conflitto con l’Iraq nei posti chiave, controspionaggio interno allargato. Chi ha colpito a luglio, insomma, il proprio obiettivo lo ha centrato: la tregua non esiste più.
Sul fronte diplomatico, il gelo. «Non ci sono colloqui in corso o in programma con la Repubblica islamica dell’Iran», ha tagliato corto la portavoce della Casa Bianca Anna Kelly: il blocco navale americano dei porti iraniani «resta pienamente in vigore», insieme alla campagna di strangolamento economico battezzata «Economic Outcast». Le missioni di mediazione si accumulano senza esito: il capo di stato maggiore pakistano è tornato da Teheran a mani vuote, il ministro degli Esteri dell’Oman ha strappato solo un’apertura a colloqui sulla riapertura dello stretto, il premier del Qatar ha visto il collega iraniano Abbas Araghchi.
Le condizioni restano lontanissime. I Pasdaran non riapriranno finché gli Stati Uniti non torneranno al memorandum; il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf pretende fine del blocco, sblocco dei fondi e revoca delle sanzioni petrolifere. Teheran, in più, vuole imporre un pedaggio alle navi in transito — e Mascate, che media, respinge. Il Bahrein ha appena annunciato che diserterà la riunione di lunedì tra Paesi del Golfo e Iran.
Resta la domanda che oggi si fanno a Washington come a Teheran: se quegli attacchi non li ha ordinati nessuno, chi può garantire che non si ripetano? Finché la Guida suprema resta invisibile, non può rispondere nessuno.


