TAIPEI — Il presidente di Taiwan, Lai Ching-te, ha seguito col binocolo i lanci dalla base missilistica della contea di Pingtung, nell’estremo sud dell’isola. Davanti a lui, per tre giorni, le forze armate hanno fatto qualcosa di mai visto: hanno integrato più tipi di droni d’attacco in un’esercitazione congiunta di combattimento, insieme ai missili antinave Hsiung Feng III di produzione nazionale e ai razzi HIMARS della americana Lockheed Martin.
«Questa è la prima volta che l’esercito incorpora più tipi di droni d’attacco in esercitazioni congiunte di combattimento», ha detto Lai secondo la trascrizione diffusa dall’ufficio presidenziale e ripresa da Reuters. Le forze armate, ha aggiunto, accelerano per mostrare che Taiwan «ha la fiducia e la capacità di difendere la sovranità nazionale». Le lezioni arrivano da lontano: sono le guerre in Ucraina e in Medio Oriente ad aver reso i velivoli senza pilota il cuore del combattimento moderno, e Taipei le studia da anni.
Il comunicato presidenziale non ha indicato i modelli di drone impiegati e ha diffuso solo le immagini dei missili — una reticenza che dice quanto il dossier sia sensibile. Accanto a Lai c’erano il ministro della Difesa Wellington Koo e Kuan Bi-ling, presidente dell’organo che controlla la guardia costiera: in agosto, durante le grandi manovre annuali, una nave della guardia costiera era stata armata per la prima volta con missili antinave. «L’uso coordinato di veicoli senza pilota con armi convenzionali riflette l’adattamento alla guerra moderna», ha spiegato il presidente nella versione raccolta dall’Associated Press.
Ma la dimostrazione di forza ha un calendario preciso. Il 24 settembre, fra sei giorni, Donald Trump riceverà negli Stati Uniti il presidente cinese Xi Jinping, nel loro primo incontro dal maggio scorso. E sul tavolo, oltre ai commerci, c’è il destino dell’isola.
La merce di scambio
Dopo il vertice di maggio Trump ha congelato un pacchetto di armi per Taiwan da 14 miliardi di dollari, definendo le forniture «un’ottima merce di scambio» con la Cina. Pechino, che rivendica l’isola come provincia ribelle e non ha mai rinunciato all’uso della forza, chiede al presidente americano una posizione più netta contro l’indipendenza taiwanese. Gli Stati Uniti, però, sono vincolati dalle proprie leggi a fornire all’isola i mezzi per l’autodifesa. Il messaggio dei lanci di Pingtung, più ancora che a Pechino, era destinato a Washington: Taiwan vuole dimostrare di non essere una pedina passiva mentre altri decidono il prezzo della sua sicurezza.
Taipei, del resto, non si ferma. La prossima settimana sono in programma nuove esercitazioni con i sistemi HIMARS appena acquistati e con i simulatori dei missili antiaerei Stinger — l’addestramento continua qualunque cosa esca dal vertice.
Intanto, poche centinaia di chilometri più a sud, la tensione nel Mar Cinese Meridionale offre la misura di quanto Pechino sia disposta ad aspettare la diplomazia. La guardia costiera delle Filippine ha accusato una nave cinese di aver speronato un’imbarcazione governativa filippina al largo della provincia di Palawan, denunciando manovre pericolose. Mentre a Washington si prepara il tavolo del negoziato, in mare la Cina continua a spingere. È questo il dato con cui Trump e Xi dovranno fare i conti il 24 settembre.




