TOKYO — Nella sala del consiglio della Banca del Giappone, venerdì mattina, la partita si è chiusa 7 a 2. Il governatore Kazuo Ueda ha portato il tasso di riferimento all’1,25%, il livello più alto dal 1995, con un rialzo di 25 punti base arrivato appena tre mesi dopo il precedente — contro i sei mesi di intervallo che avevano scandito finora la marcia. La posta in gioco era chiara a tutti attorno al tavolo: uno yen reduce da un minimo di 40 anni, un’inflazione all’ingrosso ai massimi di tre anni e, dall’altra parte del Pacifico, una Federal Reserve che mercoledì ha alzato i tassi tenendo aperta la porta a un’altra stretta entro l’anno.
L’esito era largamente atteso — quasi il 90% degli economisti interpellati da CNBC aveva previsto i 25 punti base, e persino i due voti contrari —, ma i nomi dei dissenzienti raccontano la tensione dentro l’istituto. A opporsi sono stati Toichiro Asada e Ayano Sato, i due membri del board considerati reflazionisti e nominati quest’anno dalla premier Sanae Takaichi, che del denaro a basso costo ha fatto una bandiera. Nel comunicato la banca centrale motiva la mossa con il rischio che l’inflazione «devii al rialzo» oltre l’obiettivo del 2%, che dice di voler stabilizzare «attorno» a quella soglia.
Perché muoversi ora, dopo decenni di tassi ultrabassi che avevano fatto dello yen la valuta di finanziamento a buon mercato per il mondo intero? Perché il divario con i tassi americani — la Fed è nella forchetta 3,75%-4,00%, la Banca centrale europea al 2,5% dopo il rialzo della settimana scorsa — se si allargasse ancora indebolirebbe ulteriormente lo yen, gonfiando i prezzi delle importazioni. Con i costi dell’energia impennati dalla guerra con l’Iran, è un lusso che Tokyo non può permettersi. «La BOJ sarà sotto enorme pressione dopo che la Fed ha alzato i tassi e ha tenuto vive le attese di ulteriori mosse», ha detto a Reuters lo strategist della Kansai Mirai Bank Takeshi Ishida; «l’asticella per la conferenza stampa di Ueda si è alzata».
Il pressing di Washington
C’è anche una sponda americana, e non è un dettaglio. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha raccontato di aver espresso a Ueda, in un incontro a margine del G20 finanziario di questo mese, «forte sostegno» a passi monetari «decisi» contro la debolezza dello yen. Per un governatore accusato a lungo di lentezza — proprio quella lentezza indicata come una delle cause della caduta della valuta — è una copertura preziosa.
I mercati hanno reagito da manuale: yen in rafforzamento, rendimenti dei titoli di Stato in salita. Lo stesso Ueda aveva preparato il terreno ai primi di settembre, parlando di un «approccio di gestione del rischio» e della necessità di «prestare maggiore attenzione di prima ai rischi al rialzo» dei prezzi. Le attese d’inflazione di famiglie, imprese ed economisti viaggiano ormai vicine o oltre il 2%: il vecchio Giappone della deflazione cronica non c’è più.
E non è finita. Gli analisti vedono il tasso all’1,5% entro fine marzo e all’1,75% nel secondo trimestre 2027 — dentro la forchetta stimata del tasso neutrale giapponese, tra l’1,1% e il 2,5%. Il calcolo politico, intanto, è tutto nel 7 a 2: Ueda ha dimostrato di poter stringere anche con gli uomini della premier seduti al tavolo, e con Washington che applaude. A Takaichi, che sui tassi bassi ha costruito consenso, resta una banca centrale che ha scelto di non aspettarla.




