ISLAMABAD — Iqbal Z. Ahmed ha passato la vita a portare gas in Pakistan: presiede Pakistan GasPort, la società che gestisce uno dei terminali di rigassificazione di Karachi, il porto da cui passa quasi tutta l’energia importata del Paese. La settimana scorsa, dal palco di Gastech a Bangkok, la più grande fiera mondiale del settore, ha spiegato a Bloomberg che la chiusura dello stretto di Hormuz «ha rotto le catene di fornitura» e sta ridisegnando da capo la domanda pachistana. Non era un’analisi accademica. Era un bollettino di resa.

Pochi giorni prima, la società statale Pakistan LNG aveva annullato una gara d’emergenza per un carico di gas naturale liquefatto destinato a sostituire le forniture perdute: il prezzo offerto era semplicemente troppo alto per le casse di Islamabad. Il Paese, 240 milioni di abitanti, va così incontro a una nuova stagione di blackout. E il rubinetto principale resta chiuso: QatarEnergy, la compagnia di Stato di Doha che copre oltre il 90% del gas liquefatto importato dal Pakistan, ha prorogato di un altro mese la force majeure — la clausola che sospende i contratti per cause di forza maggiore — e ha già avvertito gli acquirenti pachistani che le cancellazioni dei carichi proseguiranno a ottobre.

All’origine di tutto c’è la guerra aerea contro l’Iran iniziata il 28 febbraio, cui i Pasdaran hanno risposto bloccando Hormuz, il braccio di mare largo appena 34 chilometri nel punto più stretto da cui transitava il 20% del gas liquefatto mondiale e un quarto del petrolio via mare. Il terminale qatariota di Ras Laffan, il più grande del pianeta, è di fatto fermo da oltre sei mesi. Tra febbraio e maggio il prezzo del gas asiatico è salito del 66%.

Il solare regge, la notte no

Per il Pakistan è il secondo shock energetico in quattro anni: nel 2022 la corsa europea al gas dopo l’invasione dell’Ucraina aveva spinto i prezzi a 70 dollari per milione di Btu, lasciando il Paese al buio per ore. Stavolta, osservano gli analisti dell’istituto energetico IEEFA, i blackout sono stati finora contenuti da una diga inattesa: milioni di pannelli solari installati da famiglie e imprese negli ultimi anni, affiancati dalle batterie. Ma il settore elettrico assorbe quasi il 70% del gas importato, e il problema — banale e insolubile — sono le ore senza sole.

Il contagio è regionale. Secondo Wood Mackenzie la chiusura dello stretto può sottrarre all’Asia meridionale fino a 1,45 milioni di tonnellate di gas al mese; l’indiana Petronet ha dichiarato a sua volta la force majeure, e Doha ha prolungato le cancellazioni anche verso il Bangladesh.

Il paradosso è che Islamabad è stata la capitale della diplomazia di questa guerra, e ora ne paga il conto più salato. Ad aprile i primi colloqui ospitati dal governo pachistano erano falliti; il 17 giugno il presidente americano Donald Trump e quello iraniano Masoud Pezeshkian avevano firmato proprio lì il «Memorandum di Islamabad», collassato a luglio quando Teheran ha ripreso gli attacchi al traffico mercantile. Intanto il Brent, tornato sopra i 100 dollari già a marzo con un picco a 126, prezza la paralisi del Golfo come condizione permanente.

Ahmed, a Bangkok, non ha promesso soluzioni: il Pakistan ha chiesto all’Arabia Saudita rotte alternative fin dal 4 marzo, senza esito visibile. Finché Hormuz resta chiuso, l’unica variabile che il Paese controlla è quanta parte della notte è disposto a passare al buio.