Yemen. La guerra contro le donne: il volto invisibile del conflitto che il mondo non vede

Tra restrizioni crescenti, matrimoni precoci, collasso sanitario ed esclusione politica, milioni di yemenite sono diventate le vittime più silenziose della guerra. E senza il loro coinvolgimento, la pace rischia di restare un’illusione.

di Samuele Lucia

Mentre l’attenzione internazionale continua a concentrarsi sugli equilibri strategici del Mar Rosso, sulle tensioni tra Iran e Arabia Saudita e sulle implicazioni regionali del conflitto yemenita, una crisi altrettanto decisiva continua a consumarsi lontano dai riflettori: quella delle donne.
A oltre dieci anni dall’inizio della guerra civile, lo Yemen rimane una delle emergenze umanitarie più gravi del pianeta. Milioni di persone dipendono dagli aiuti internazionali per sopravvivere, mentre il Paese continua a essere frammentato tra autorità rivali, milizie armate e istituzioni incapaci di garantire servizi essenziali alla popolazione. In questo scenario, le donne rappresentano il volto più vulnerabile della crisi ma, paradossalmente, anche uno dei principali pilastri della sopravvivenza sociale del Paese.
La loro condizione racconta meglio di qualsiasi dato statistico il prezzo umano della guerra. Per questo motivo la questione femminile non può essere considerata soltanto un tema di diritti umani: è ormai una questione geopolitica centrale per comprendere il futuro dello Yemen.

Dalle speranze della Primavera araba al collasso dello Stato.
Quando nel 2011 migliaia di yemeniti scesero in piazza sull’onda delle rivolte arabe, le donne furono protagoniste di una stagione di mobilitazione senza precedenti. Attiviste, giornaliste e studentesse parteciparono alle proteste chiedendo riforme democratiche, maggiore rappresentanza politica e il superamento delle profonde discriminazioni che caratterizzavano la società yemenita.
Il simbolo di quel momento fu Tawakkol Karman, insignita del Premio Nobel per la Pace nel 2011. La sua figura divenne il volto internazionale di uno Yemen che sembrava voler intraprendere un percorso di trasformazione politica e sociale.
La successiva Conferenza di Dialogo Nazionale, avviata dopo la caduta del presidente Ali Abdullah Saleh, sembrò confermare questa prospettiva. Per la prima volta le donne ottennero una presenza significativa nei processi decisionali e avanzarono richieste concrete in materia di partecipazione politica e tutela dei diritti.
Quelle speranze furono però travolte dalla guerra.
L’avanzata del movimento Houthi nel 2014, il collasso delle istituzioni statali e l’intervento militare della coalizione guidata dall’Arabia Saudita trasformarono rapidamente il Paese in uno dei principali teatri di crisi del Medio Oriente. Da quel momento, la sopravvivenza sostituì ogni altra priorità.

Una guerra che colpisce le donne due volte.
Nel conflitto yemenita le donne non subiscono soltanto gli effetti indiretti della guerra. Ne sostengono un costo sproporzionato.
La morte, il ferimento, l’arruolamento o la fuga di milioni di uomini hanno costretto un numero crescente di donne a diventare il principale sostegno economico delle famiglie. Molte si sono ritrovate improvvisamente responsabili del mantenimento dei figli, della ricerca di cibo e acqua e della gestione quotidiana della sopravvivenza domestica.
Tuttavia, questa nuova centralità economica non si è tradotta in una maggiore emancipazione.
La distruzione dell’economia, il collasso del mercato del lavoro e la riduzione dei servizi pubblici hanno lasciato milioni di donne prive di strumenti adeguati per affrontare il peso di queste responsabilità. In molte aree del Paese, lavorare, studiare o semplicemente spostarsi è diventato sempre più difficile.
La guerra ha dunque prodotto un paradosso: mentre le donne assumono un ruolo essenziale per la sopravvivenza delle comunità, il loro spazio sociale e politico continua a restringersi.

Restrizioni e regressione dei diritti.
Negli ultimi anni numerose organizzazioni internazionali hanno denunciato un deterioramento progressivo delle libertà femminili.
In diverse zone del Paese sono state documentate restrizioni alla libertà di movimento, limitazioni nell’accesso all’impiego e crescenti pressioni sulle organizzazioni femminili e sulle attiviste della società civile.
Il risultato è una progressiva invisibilizzazione delle donne nello spazio pubblico.
Molte attiviste raccontano di vivere in un clima di intimidazione permanente, caratterizzato da controlli, minacce e ostacoli burocratici che rendono difficile qualsiasi forma di partecipazione politica o associativa.
In un Paese già classificato prima della guerra tra i peggiori al mondo per parità di genere, il conflitto ha accelerato dinamiche regressive che rischiano di produrre conseguenze durature anche dopo la fine delle ostilità.

Le bambine private del futuro.
Tra le conseguenze più drammatiche della crisi vi è l’aumento dei matrimoni precoci.
Per molte famiglie impoverite dalla guerra, il matrimonio di una figlia viene percepito come una strategia di sopravvivenza economica. In un contesto di sfollamento, insicurezza alimentare e assenza di prospettive, migliaia di ragazze vengono costrette ad abbandonare la scuola per assumere precocemente il ruolo di mogli e madri.
Dietro questa pratica si nasconde una delle più profonde ferite sociali del conflitto.
Ogni bambina costretta a interrompere il proprio percorso educativo rappresenta una perdita non soltanto individuale, ma collettiva. Lo Yemen del futuro rischia infatti di ritrovarsi privo di una generazione di donne istruite in grado di contribuire alla ricostruzione del Paese.

La sanità al collasso.
La guerra ha devastato anche il sistema sanitario.
Ospedali e centri medici sono stati distrutti, danneggiati o costretti a interrompere le proprie attività a causa della mancanza di personale, fondi e forniture.
Per milioni di donne, soprattutto nelle aree rurali, accedere a cure adeguate durante la gravidanza o il parto è diventato estremamente difficile. In molte regioni raggiungere una struttura sanitaria significa percorrere lunghe distanze attraverso territori insicuri e privi di infrastrutture.
La maternità, che dovrebbe rappresentare un momento di tutela e protezione, si trasforma così in una sfida quotidiana contro la precarietà e l’abbandono.

Le donne escluse dalla pace.
Se la guerra ha trasformato le donne nelle principali vittime della crisi, la diplomazia internazionale continua spesso a relegarle ai margini dei processi decisionali.
Nonostante il loro ruolo fondamentale nella gestione degli sfollati, nell’assistenza umanitaria e nella mediazione dei conflitti a livello locale, la loro presenza ai tavoli negoziali rimane limitata.
Questa esclusione rappresenta uno dei principali paradossi del conflitto yemenita.
Le donne sono tra gli attori che meglio conoscono le esigenze delle comunità colpite dalla guerra, ma raramente vengono coinvolte nella definizione delle soluzioni politiche.
Attiviste come Rasha Jarhum sostengono da anni che una pace costruita senza una reale partecipazione femminile rischia di essere fragile e incompleta. La loro richiesta non riguarda soltanto l’inclusione simbolica, ma il riconoscimento di un ruolo concreto nella futura architettura istituzionale del Paese.

Una questione geopolitica, non soltanto umanitaria.
La condizione delle donne yemenite viene spesso raccontata come una semplice conseguenza della guerra. In realtà essa rappresenta uno dei principali indicatori della capacità dello Stato di ricostruirsi.
Dove le donne vengono escluse dalla vita pubblica diminuiscono la resilienza sociale, la partecipazione economica e la possibilità di sviluppare istituzioni inclusive. Al contrario, il loro coinvolgimento nei processi decisionali può contribuire a rafforzare la coesione sociale e la stabilità politica.
Per questo motivo la questione femminile non è un tema secondario rispetto alle grandi dinamiche strategiche del Medio Oriente. Ne costituisce una componente essenziale.
Osservare lo Yemen attraverso la condizione delle sue donne significa comprendere la profondità della crisi che attraversa il Paese e, allo stesso tempo, individuare una delle chiavi possibili per la sua rinascita.

Il futuro dello Yemen passa dalle donne.
Nelle analisi internazionali lo Yemen viene spesso ridotto a un campo di confronto tra potenze regionali, a un conflitto per procura o a una minaccia per la sicurezza delle rotte commerciali del Mar Rosso.
Tutto questo è vero. Ma è solo una parte della storia.
L’altra parte si trova nelle vite di milioni di donne che, mentre lo Stato crollava e la guerra ridisegnava il Paese, hanno continuato a mantenere in piedi famiglie, scuole informali, reti di assistenza e comunità locali.
Sono state le prime a pagare il prezzo del conflitto e, con ogni probabilità, saranno anche le prime a contribuire alla ricostruzione.
Ignorarle significherebbe ripetere gli errori che hanno alimentato la crisi. Coinvolgerle, invece, potrebbe rappresentare il primo passo verso una pace più inclusiva e duratura.

Yemen in numeri:
– Oltre dieci anni di conflitto armato.
– Circa 19,5 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria.
– Donne e minori costituiscono la maggioranza della popolazione sfollata.
– I matrimoni precoci sono aumentati nelle aree maggiormente colpite dalla guerra.
– La partecipazione femminile ai negoziati di pace rimane estremamente limitata.