GERUSALEMME — Una bambina di dodici anni portata in braccio oltre un cancello chiuso. Haytham Adnan Murad, 49 anni, tornava a Sair, il suo villaggio vicino a Hebron, da una visita in ospedale con la figlia Balqis, che non può camminare dopo un intervento. Il cancello sulla strada di casa, aperto al mattino, l’esercito lo aveva richiuso: ha dovuto scendere dal taxi e superare il blocco con la bambina tra le braccia. «Di mattina le cose sono diverse dal pomeriggio», ha raccontato al Guardian. «Non c’è dignità in questo».

Quella scena di ordinaria quotidianità apre il lavoro più ampio mai prodotto da B’Tselem, la più nota organizzazione israeliana per i diritti umani, dalla sua fondazione nel 1989. Il rapporto — 249 pagine, titolo The Elimination Project, «il progetto di eliminazione» — è stato presentato lunedì mattina in conferenza stampa a Gerusalemme e condiviso in anteprima con il quotidiano britannico, che lo ha ripreso insieme a Le Monde. La tesi è netta: le violenze, le chiusure, le demolizioni e gli sfollamenti in Cisgiordania non sono episodi separati, ma parti di un unico disegno coordinato per cancellare la presenza palestinese come collettività.

I numeri raccolti dopo il 7 ottobre 2023 sono la spina dorsale dell’accusa: oltre 2.000 testimonianze, 1.107 palestinesi uccisi da soldati e coloni, 64 comunità interamente sfollate con la forza, una disoccupazione al 31,3% nel 2024 su una popolazione di 3,5 milioni di persone. Il rapporto individua cinque «ambiti d’azione intrecciati» — violenza e intimidazione, restrizioni al movimento, strangolamento economico, distruzione sociale e politica, pulizia etnica e appropriazione territoriale — governati, scrive B’Tselem, da «una logica organizzativa coerente»: rendere la presenza ebraica «contigua, istituzionalizzata e permanente» e l’esistenza palestinese «frammentata, vulnerabile e dipendente».

La violenza dei coloni, sostiene il rapporto, non è più «violenza privata o turbativa dell’ordine pubblico» ma parte di un «sistema di controllo più ampio», esercitata «a volte insieme ai soldati, con armi, mezzi e infrastrutture forniti dallo Stato, e con impunità quasi totale». «Tutti gli elementi sparsi hanno un solo carattere, un solo obiettivo», dice Kareem Jubran, responsabile della ricerca sul campo dell’ong. «L’obiettivo principale è eliminare i palestinesi come collettività».

Il piano di Smotrich

Quando è cominciata questa fase? «Alla fine del 2022, con il cambio di governo, e abbiamo visto un’altra netta escalation dopo l’ottobre 2023», risponde la direttrice esecutiva Yuli Novak. Il documento chiave, per B’Tselem, è il «Piano decisivo» scritto nel 2017 da Bezalel Smotrich — oggi ministro delle Finanze di estrema destra con ampi poteri sugli affari civili in Cisgiordania — che offriva ai palestinesi tre opzioni: vivere sotto la supremazia ebraica rinunciando alle rivendicazioni nazionali, andarsene, o subire la repressione dell’esercito. L’ong ammette che «eliminazione» non è una categoria del diritto internazionale, ma sostiene che le singole pratiche lo violano e che l’occupazione, iniziata nel 1967, è ormai lo strumento centrale di un regime di apartheid, crimine contro l’umanità.

Il rapporto non cade nel vuoto: meno di una settimana fa il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ha accusato «terroristi coloni», sostenuti dal governo Netanyahu, di pulizia etnica — la condanna più dura di Londra verso Israele dalla nascita dello Stato — e l’Alto commissariato Onu per i diritti umani ha documentato lo sfollamento forzato di tre interi campi profughi. La parola, insomma, è già entrata nel lessico dei governi.

Il governo e l’esercito israeliani respingono le conclusioni: le operazioni in Cisgiordania sono misure legittime di antiterrorismo, le demolizioni interventi contro costruzioni abusive, non trasferimenti di popolazione. Intanto, nei primi cinque mesi del 2026, B’Tselem ha contato 17 furti organizzati di greggi ai pastori palestinesi: spesso con i soldati di guardia, mentre i coloni portavano via le mandrie.