RIAD — Riad non risponderà. Non subito, almeno. Due giorni dopo l’attacco di droni che ha incendiato l’oleodotto Est-Ovest, la condotta che porta il greggio saudita dai giacimenti orientali al Mar Rosso, il ministero degli Esteri saudita ha annunciato di rinunciare per ora alla rappresaglia contro il territorio da cui i droni sono partiti: l’Iraq. Lo ha chiesto il premier iracheno Ali al-Zaidi, per avere «l’opportunità di prendere le misure necessarie».
Ma è una sospensione, non una rinuncia. La stessa nota, diffusa dall’agenzia di Stato Saudi Press Agency, condanna «nei termini più forti» il «bersagliamento dell’oleodotto Est-Ovest nelle regioni di Riad e Medina da parte di diversi droni provenienti dall’Iraq» e avverte che il regno «si riserva il diritto di adottare tutte le misure necessarie a proteggere la propria sovranità, la propria sicurezza, i propri impianti» e i propri abitanti. Tradotto: Baghdad ha una finestra per dimostrare di saper fare pulizia in casa propria. Poi si vedrà.
L’attacco è avvenuto giovedì mattina, in più punti lungo il tracciato tra le regioni di Riad e Medina. Il ministero dell’Energia saudita parla di incendi, danni materiali e diversi feriti curati sul posto, e di una chiusura «precauzionale» della condotta, con squadre di emergenza e tecnici specializzati dispiegati per metterla in sicurezza: «Ogni ulteriore sviluppo sarà annunciato a tempo debito». Formula asciutta, che non dice quando il petrolio tornerà a scorrere.
I numeri spiegano la posta in gioco. L’Est-Ovest — Petroline, per gli addetti ai lavori — può trasportare 7 milioni di barili al giorno dai campi della Provincia Orientale fino al terminale di Yanbu, sul Mar Rosso. Da quando l’Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, all’inizio della guerra, è diventato la via d’uscita alternativa del greggio saudita: l’amministratore delegato di Saudi Aramco, Amin Nasser, aveva riconosciuto appena il mese scorso il suo ruolo crescente nell’attenuare l’interruzione delle forniture. Chi ha colpito la condotta non ha colpito un impianto qualsiasi: ha colpito la valvola di sfogo. Il bersaglio, con ogni evidenza, era proprio quello.
La mossa di Baghdad
Perché Riad, che a luglio aveva bombardato insieme agli Stati Uniti le milizie filo-iraniane in Iraq accusate di precedenti attacchi con droni ai suoi impianti petroliferi, questa volta trattiene il colpo? Perché stavolta è Baghdad a muoversi per prima. L’ufficio del primo ministro ha condannato l’attacco, ha annunciato la rimozione del comandante militare responsabile delle operazioni nella provincia di Maysan — la regione al confine con l’Iran da cui, secondo le indagini irachene, i droni sono decollati — e ha aperto un’inchiesta. L’Iraq «non tollererà alcuna attività che metta a rischio» il Paese, ha dichiarato al-Zaidi, che ha fatto sapere di «apprezzare» la scelta saudita di non rispondere.
C’è di più. Due fonti irachene hanno riferito a Reuters che il governo ha ordinato la chiusura del valico di Shalamcheh, uno dei principali passaggi di frontiera con l’Iran, come misura precauzionale in vista di un’operazione su larga scala. Il messaggio è per Teheran prima ancora che per Riad: Baghdad, stretta tra i due fronti, prova a dimostrare che il proprio territorio non è una rampa di lancio a disposizione delle milizie allineate alla Repubblica islamica.
Il Golfo, intanto, fa quadrato. Il segretario generale del Consiglio di cooperazione del Golfo, l’organizzazione che riunisce le sei monarchie della penisola, Jasem Albudaiwi, ha chiesto all’Iraq di «intensificare gli sforzi» e prendere «misure decise per impedire che il suo territorio sia usato come rampa di lancio», assicurando a Riad «piena e ferma solidarietà».
Il fumo visto dal satellite
Dei danni esiste già una prova indipendente. Un’immagine satellitare scattata venerdì da Planet Labs e distribuita dall’agenzia France-Presse mostra un sito infrastrutturale devastato dal fuoco a sud-est di Medina, lungo il tracciato della condotta; una seconda immagine, del programma europeo di osservazione Copernicus, riprende una colonna di fumo nero a sud della città santa. Il fumo si vede dallo spazio. I tempi di riparazione, invece, restano un’incognita.
Per capire la gravità del momento bisogna tornare a luglio. Allora i raid sauditi e americani sulle milizie filo-iraniane in Iraq erano sembrati chiudere la partita degli attacchi agli impianti petroliferi del regno. Non l’hanno chiusa: i droni sono tornati, e hanno scelto l’obiettivo più sensibile. La tregua concessa a Baghdad regge finché regge la promessa di al-Zaidi — e finché le milizie non colpiscono di nuovo.
C’è infine ciò che la moderazione saudita non può risolvere. Nelle stesse ore dell’attacco, gli Houthi yemeniti, anch’essi allineati all’Iran, hanno raggiunto l’isola di Perim, nello Stretto di Bab el-Mandeb: una delle loro maggiori conquiste territoriali nello stretto da anni. È il dettaglio che pesa più di tutto. Anche quando l’Est-Ovest tornerà a pompare, il greggio imbarcato a Yanbu dovrà uscire dal Mar Rosso proprio da lì, da Bab el-Mandeb. Chiusa una porta a Hormuz, qualcuno sta già lavorando a sprangare l’altra.



