LONDRA — Kasim e Sulaiman Khan sono cresciuti a Londra, lontani dai comizi oceanici e dalle piazze incandescenti del Pakistan. Figli dell’ex primo ministro Imran Khan e di Jemima Goldsmith, l’ereditiera britannica che il padre sposò negli anni Novanta, non avevano mai voluto entrare nell’arena politica pakistana. Fino a oggi.

In un’intervista al Guardian, i due fratelli accusano l’uomo che considerano il vero padrone del Paese: il generale Asim Munir, capo di stato maggiore dell’esercito. La detenzione del padre — sostengono — sarebbe una sua «vendetta personale». E le condizioni in cui l’ex premier è tenuto lo starebbero «uccidendo lentamente». «Nostro padre viene ucciso lentamente», è la frase che pesa come un atto d’accusa.

Khan, 73 anni, è in carcere dall’agosto 2023. Sconta la detenzione in isolamento ad Adiala, il penitenziario di Rawalpindi — la città-guarnigione che ospita, a pochi chilometri di distanza, il quartier generale di quello stesso esercito che i figli chiamano in causa. Le notizie sulla sua salute restano frammentarie, e proprio questa opacità è il cuore della denuncia dei due fratelli.

Perché parlare ora, e perché da Londra? Perché in Pakistan gli spazi si sono chiusi. L’ex campione di cricket diventato leader politico, fondatore del Pakistan Tehreek-e-Insaf (il «Movimento per la giustizia»), fu premier dall’agosto 2018 all’aprile 2022, quando cadde per una mozione di sfiducia che i suoi sostenitori attribuirono da subito alla regia dei militari. Da allora la sua parabola giudiziaria è stata una discesa continua: l’arresto, i processi a catena, la condanna a 14 anni nel caso al-Qadir Trust nel gennaio 2025, con 7 anni inflitti anche alla moglie Bushra Bibi.

Il maresciallo di Rawalpindi

Munir guida l’esercito dal novembre 2022 ed è stato promosso maresciallo nel 2025, dopo il confronto militare con l’India — un grado che in Pakistan nessuno rivestiva da decenni. Per i figli di Khan è «l’uomo più potente del Paese», definizione che in Pakistan pochi contesterebbero: da settant’anni i governi civili di Islamabad nascono e muoiono con il beneplacito delle caserme, e Khan stesso arrivò al potere, secondo i suoi critici, con la benedizione dei generali che poi lo hanno scaricato.

La mossa dei due fratelli non è solo uno sfogo familiare. Portando l’accusa su un grande giornale britannico, Kasim e Sulaiman spostano la partita fuori dal Pakistan, dove i tribunali e i media hanno margini sempre più stretti, e la giocano sul terreno dell’opinione pubblica internazionale — l’unico su cui l’esercito pakistano non può vincere per decreto. Il loro cognome, e quello della madre, garantisce che a Londra e a Washington qualcuno ascolti.

Ma la domanda che l’intervista lascia aperta è la più semplice: come sta davvero Imran Khan? I figli parlano di un uomo consumato dall’isolamento; dal carcere di Adiala non filtrano riscontri indipendenti, e il governo di Islamabad non ha finora offerto un quadro verificabile delle sue condizioni. Nella cella di Rawalpindi, intanto, il prigioniero più famoso del Pakistan resta anche il più invisibile.