MONTREAL — Philippe Meranger ha 61 anni e da mesi fa la spesa con un criterio solo: l’etichetta. Nel parcheggio di un grande supermercato di Montreal, il carrello pieno di prodotti locali, riassume ad AFP la sua contabilità personale: «I dazi fanno male alla nostra economia, ma ci costringono a comprare canadese». Non è un caso isolato: è la faccia quotidiana di una guerra commerciale che ora ha anche un timbro ufficiale.
Martedì 8 settembre sono entrati in vigore i controdazi di Ottawa su quasi 20 miliardi di dollari di merci americane, la risposta del primo ministro Mark Carney all’ultima ondata di tariffe imposte da Washington. Carney ha scelto di eguagliare la pressione economica degli Stati Uniti, ma ha indicato dove sta, secondo lui, la vera forza del Paese: nelle «decisioni prese al tavolo della cucina, non nel consiglio d’amministrazione». Tradotto: il governo mette i dazi, i cittadini mettono il portafoglio.
Il ministro delle Finanze François-Philippe Champagne, presentando le misure, è stato ancora più esplicito: «È bene ricordare che il più grande potere che tutti abbiamo è il nostro potere d’acquisto. Possiamo scegliere di comprare canadese, e dobbiamo scegliere di comprare canadese». La partita, per Ottawa, si gioca su due tavoli: i controdazi colpiscono le imprese americane, il boicottaggio dei consumatori colpisce dove nessuna contromisura di Washington può arrivare.
Ma quanto pesa davvero la spesa militante? I numeri dicono parecchio. Un sondaggio KPMG del febbraio 2025 registrava che il 93 per cento dei consumatori canadesi voleva comprare nazionale; secondo Statistics Canada, l’istituto di statistica federale, i viaggi dei canadesi negli Stati Uniti sono crollati del 28,7 per cento sull’anno precedente. E l’esposizione è enorme: un terzo dei beni di consumo sugli scaffali canadesi arriva da sud del confine.
Vini spariti, viaggi cancellati
Il movimento «Buy Canadian» è nato nel 2025, dopo la prima ondata di dazi decisa da Donald Trump, ed è diventato la forma di protesta più capillare del Paese. I vini e i superalcolici americani sono spariti dagli scaffali nella maggior parte delle province, il turismo verso gli Stati Uniti si è ridotto, e uno studio comparativo mostra che i canadesi boicottano prodotti, servizi e viaggi americani molto più di britannici e francesi. Trump e alcuni funzionari della sua amministrazione hanno definito «nasty», cattivi, i canadesi per il boicottaggio — un insulto che a Ottawa molti hanno preso come una conferma che la pressione funziona.
Nei supermercati, intanto, la scelta è diventata un gesto identitario che attraversa le generazioni. Lynn Henderson, 47 anni, della Columbia Britannica, racconta a TIME che il figlio piccolo chiede se le mele sono canadesi prima di metterle nel carrello. Costa di più, ammette, ma vale la pena «sapere che quei soldi restano qui in Canada e non vanno a sud del confine». A Montreal Sarah Beaulieu, ferma nel parcheggio dello stesso genere di supermercato, spiega di preferire i prodotti canadesi e quebecchesi per il clima politico e per il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti.
Il nodo, però, resta aperto ed è tutto economico: comprare canadese costa di più, e la fedeltà del carrello si misura mese dopo mese, scontrino dopo scontrino. Meranger, per ora, non ha dubbi. Ma tra i controdazi del governo e le mele del supermercato, sarà la pazienza delle famiglie — non i comunicati dei ministeri — a decidere quanto a lungo il Canada potrà permettersi la sua guerra della spesa.


