di Fabrizio Montagner –
I due marò italiani, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati di duplice omicidio per aver sparato i 15 febbraio 2012 a due pescatori indiani scambiati per pirati mentre erano di scorta alla petroliera Enrica Lexie, non rischiano la pena di morte. Anzi, sì.
In questi giorni la questione è tornata in modo ponderante sulla stampa, anche perché alcuni media indiani e non solo hanno sconfessato le parole del ministro degli Esteri Salman Khurshid, il quale solo qualche giorno fa ha specificato che il tipo di reato di cui sino accusati Latorre e Girone non avrebbe contemplato di per sé la pena capitale e che comunque sono stati presi specifici accorsi con il Governo italiano.
Ma dal ministero dell’Interno sono arrivate indiscrezioni raccolte dall’Hindustan Times, le quali parlano di appoggio alla National Investigation Agency (Nia), la quale è intenzionata a procedere nelle indagini per il reato di terrorismo marittimo, il cosiddetto “Sua Act”, cosa che prevede la pena capitale.
Khurshid ha voluto incontrare i ministri della Giustizia, Kapil Sibal, e dell’Interno, Sushil Kumar Shinde, ma non si sa esattamente cosa sia stato detto durante la seduta; l’inviato del governo italiano, Staffan de Mistura, ha ribadito ancora una volta che “La questione della pena di morte non si pone neppure” in quanto l’Italia ha ottenuto garanzie in tal senso dall’India; de Mistura ha anche osservato che “E’ grave tuttavia che la Nia non abbia ancora presentato il rapporto sulla conclusione delle indagini: in un anno non sono ancora riusciti a emettere un minimo capo d’accusa. Ovviamente non sono pronti e non hanno sufficienti argomenti; e questa è un’indicazione della debolezza dell’impostazione indiana”.
Va ricordato che nel marzo 2013 il ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi, aveva annunciato che Latorre e Girone, in Italia in permesso elettorale, non sarebbero rientrati in India in quanto per il diritto internazionale marittimo e i trattati in materia (tra i quali la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare alla quale aderiscono sia Italia che India), la giurisdizione relativa ai fatti sarebbe appartenuta all’Italia. Alla mossa di Terzi il governo indiano aveva risposto imponendo all’ambasciatore Daniele Mancini il divieto di lasciare il paese, anche qui andando contro il diritto internazionale, ma qualche giorno dopo ci pensò il Primo ministro Mario Monti a disporre la partenza dei due nei termini stabiliti dalla magistratura indiana, proprio perché vi era la garanzia che un’eventuale condanna non avrebbe comportato la pena di morte.
Sullo sfondo della complessa vicenda, la cui soluzione è stata procrastinata più volte per la lentezza delle indagini quando non per le mille festività indù, una nuova, ennesima, campagna elettorale, dove l’opposizione nazionalista agisce in funzione anti-Sonia Gandhi, leader del Partito del Congresso al governo, italiana di nascita.
Il lungo andare degli avvenimenti sta tuttavia rischiando di incrinare i rapporti commerciali con l’Unione europea, tanto che potrebbe essere messo in forse l’accordo di libero scambio fra le due aree, le cui trattative, che hanno preso il via nel 2007, sono a buon punto, nonostante i ritardi.
Nel 1994 sono stati siglati veri e propri accordi commerciali fra l’Unione europea e l’India, mentre dal 2005 è in essere fra le due aree l'”action plan”.
Intanto, nonostante la Nia abbia fatto richiesta al magistrato di “misure adeguate” per garantire la loro custodia, i due fucilieri di Marina rimangono in stato di semilibertà in India; la prossima udienza processuale è stata fissata per il 30 gennaio.



