CARDIFF — Per tornare in Europa, dicono, bisogna prima smontare il Regno Unito. È la scommessa — paradossale solo in apparenza — messa nero su bianco lunedì a Cardiff, la capitale gallese, dai capi dei tre governi devoluti di Scozia, Galles e Irlanda del Nord: un manifesto comune che rivendica il «diritto all’autodeterminazione» delle rispettive nazioni e ne colloca l’avvenire «nell’Unione europea».
Il documento, riferisce Le Monde, chiede a Londra di avviare le riforme costituzionali necessarie a rendere quel diritto esercitabile. Il tono non è quello della supplica: «L’epoca di Westminster sta per finire», scrivono i firmatari, convinti che lo slancio sia ormai «dalla parte dei nostri movimenti». Mai, dall’avvio della devoluzione voluta da Tony Blair alla fine degli anni Novanta, gli esecutivi di Edimburgo, Cardiff e Belfast si erano presentati insieme, con una piattaforma unica, contro il centro.
Il bersaglio immediato è Downing Street, ma il destinatario vero del messaggio sta a Bruxelles: presentarsi come tre future democrazie europee, e non come tre province ribelli, serve a dare all’indipendentismo una rispettabilità continentale che nel 2014, ai tempi del primo referendum scozzese, non aveva.
Il precedente scozzese
Perché allora chiedere il permesso a Londra? Perché senza Londra, oggi, non si può fare nulla. La Corte suprema britannica — l’equivalente della nostra Consulta — ha stabilito nel novembre 2022 che il Parlamento scozzese non può convocare da solo un referendum sull’indipendenza: la competenza sulla Costituzione resta a Westminster. Per l’Irlanda del Nord la strada è diversa ma non meno stretta: l’accordo del Venerdì santo del 1998 prevede sì un voto sulla riunificazione con Dublino, ma a indirlo può essere soltanto il ministro britannico per l’Irlanda del Nord.
I numeri, intanto, spiegano l’argomento europeo. Nel referendum sulla Brexit del 2016 la Scozia votò per restare nell’Unione con il 62 per cento dei consensi, l’Irlanda del Nord con il 56: entrambe furono trascinate fuori dal voto inglese. Nel 2014 gli scozzesi avevano respinto l’indipendenza con il 55 per cento — ma allora, ricordano oggi i nazionalisti, restare nel Regno Unito significava restare in Europa. Quell’equazione non esiste più, e su questo vuoto il manifesto costruisce tutta la sua forza.
Il Galles è il tassello nuovo. Delle tre nazioni è storicamente la più tiepida sulla secessione, la più integrata con l’economia inglese, quella dove l’indipendentismo è rimasto a lungo questione di lingua e di identità più che di Stato. Eppure la firma del suo capo di governo sta accanto a quelle di Edimburgo e Belfast, e non è un caso che il documento sia stato siglato proprio a Cardiff: portare la nazione meno convinta al centro della scena è il modo più efficace di dire a Londra che il fronte è compatto.
Dietro la giornata gallese c’è un movimento più lungo. Il Regno nato per addizione — l’unione con la Scozia nel 1707, quella con l’Irlanda nel 1801 — scopre che la Brexit, pensata per blindare la sovranità di Westminster, ha regalato ai suoi soci una ragione nuova per andarsene. E la porta d’uscita, stavolta, ha una bandiera blu a stelle d’oro.


