ISLAMABAD — Una nave da guerra indiana e una pakistana si sono toccate martedì 15 settembre nel Mar Arabico settentrionale. È il primo contatto militare diretto tra i due Paesi dal conflitto aereo di quattro giorni del maggio 2025, e nella serata di mercoledì le proteste diplomatiche incrociate erano completate: ciascuna capitale ha convocato l’incaricato d’affari dell’altra — l’equivalente dell’ambasciatore, nei rapporti ridotti al minimo che i due vicini mantengono da anni.

Le versioni non coincidono su nulla, riferisce Al Jazeera. Per Islamabad, la Marina pakistana conduce dal 1° settembre l’esercitazione biennale Seaspark-26 nella propria zona economica esclusiva; dal 7 settembre il cacciatorpediniere lanciamissili indiano Ins Kolkata avrebbe tentato «ripetutamente» di entrare nell’area, fino a un «pericoloso» cambio di rotta che martedì ha portato al contatto. «Il Pakistan respinge con forza questa azione bellicosa indiana», dice la nota del ministero degli Esteri. Per Nuova Delhi, la nave era in sorveglianza di routine in acque internazionali quando un’unità pakistana si è avvicinata ad alta velocità con manovre «inaccettabili e non professionali». Nessun danno grave, nessun ferito. E nessuno dei due governi ha nominato le navi nei comunicati ufficiali.

Il punto giuridico è il cuore della disputa. La zona economica esclusiva si estende per 200 miglia nautiche dalla costa, ma le acque territoriali arrivano solo a 12: oltre quel limite la navigazione è libera, anche per le navi da guerra. Per Nuova Delhi, quindi, il Kolkata era in acque internazionali; per Islamabad, violava un’area di esercitazione notificata. Entrambe invocano lo stesso testo: l’articolo 10 dell’accordo bilaterale del 1991, che impone alle navi da guerra dei due Paesi una distanza minima di 3 miglia nautiche, circa 5,6 chilometri.

Ma i segnali dicono che nessuno dei due cerca l’escalation. Nessun lancio di chaff — i nastri metallici sparati in aria per accecare i radar, il gesto classico di chi si prepara al peggio — e il cacciatorpediniere indiano ha proseguito la sua missione di scorta ai mercantili in arrivo dal Golfo di Oman. Il messaggio, da entrambe le parti, era politico più che militare.

Il buco negli accordi

Il problema è ciò che manca. «Non esiste un accordo bilaterale sugli incidenti in mare, come quello che Stati Uniti e Unione Sovietica firmarono nel 1972, e non c’è una linea diretta tra le due marine», osserva un viceammiraglio in congedo della Marina pakistana. L’articolo 10 fissa una distanza, spiega, ma non dà regole di manovra né una procedura d’inchiesta: per questo ciascuna parte può semplicemente accusare l’altra. Il rischio vero è la sequenza successiva — agganci dei radar di tiro, sorvoli di elicotteri, fino a un contatto con vittime.

Il contesto non aiuta. Quattro guerre dal 1947, la tensione mai scesa dopo l’attentato in Kashmir che uccise 26 persone e innescò il conflitto del 2025, e ora — nota Bloomberg — le acque attorno al Mar Arabico rese nervose dalla guerra tra Stati Uniti e Iran e dalla quasi chiusura dello Stretto di Hormuz.

Non è la prima volta. Nel giugno 2011 la fregata pakistana Babur sfiorò l’indiana Godavari nel Golfo di Aden, durante la scorta a un mercantile liberato dai pirati somali: stesse accuse incrociate, caso rientrato in poche settimane. E lo schema è ancora più antico: sono i «bumping», gli speronamenti calibrati con cui le navi sovietiche e americane si sfidavano nel Mar Nero durante la Guerra fredda. Mosca e Washington, per fermarli, firmarono un accordo nel 1972. Nuova Delhi e Islamabad, mezzo secolo dopo, non l’hanno ancora fatto.