KOROR — Nell’ottobre del 2020 Tommy Remengesau Jr., allora presidente di Palau, microstato del Pacifico occidentale sospeso tra le Filippine e Guam, prese carta e penna e scrisse al capo del Pentagono Mark Esper un’offerta che pochi leader al mondo si sognerebbero di fare: «La richiesta di Palau alle forze armate americane resta semplice: costruite strutture a uso congiunto, poi venite e usatele regolarmente». La lettera, riportata all’epoca dal Wall Street Journal, sembrava un azzardo. Sei anni dopo, Washington ha risposto — con gli interessi.
I documenti di bilancio del Pentagono per l’esercizio 2027 inseriscono i lavori al porto di Palau tra i progetti chiave della Pacific Deterrence Initiative, il programma di deterrenza americana nel Pacifico, accanto alla base australiana di Darwin. Nella stessa richiesta — 29 miliardi di dollari complessivi per le costruzioni militari — figurano 217 milioni per un radar oltre l’orizzonte a lungo raggio, finanziato insieme all’Aeronautica. Il paradiso dei subacquei sta diventando un avamposto della contesa tra Stati Uniti e Cina.
Il cambiamento si vede a occhio nudo nel porto di Koror, la principale città dell’arcipelago, di norma affollato di barche da immersione dirette alle lagune. I canali sono stretti, i fondali insidiosi: il molo verrà ampliato e sopraelevato perché le navi da guerra americane possano attraccare, e accanto sorgerà un hub logistico con magazzino, ha raccontato il Washington Post in un reportage da Koror.
Perché proprio Palau? Perché è uno dei tre Stati del Pacifico — con le Isole Marshall e la Micronesia — legati agli Stati Uniti dai Compact of Free Association, gli accordi approvati dal Congresso che affidano a Washington la difesa dell’arcipelago in cambio di aiuti e libero accesso. Ma da decenni, nota il servizio studi del Congresso, gli americani non vi stazionavano forze. Ora tornano.
Il radar oltre l’orizzonte
Il pezzo forte è il radar «tattico mobile oltre l’orizzonte», capace di vedere ben al di là della curvatura terrestre: due siti — trasmettitore e ricevitore — alle estremità opposte dell’arcipelago, un contratto da 118 milioni di dollari assegnato a fine 2022 alla Gilbane Building Co., impresa del Rhode Island, per le piattaforme in cemento armato. «L’impronta militare americana sarà probabilmente molto leggera, ma è chiaro che il Pentagono vede un valore significativo nella geografia unica di Palau», ha osservato Brian Harding, esperto di Asia dello United States Institute of Peace, il centro studi federale sulla pace.
C’è anche un ritorno carico di storia: Peleliu, l’isola dove nel 1944 marines e giapponesi si massacrarono per due mesi, rivede i militari americani dopo ottant’anni. L’obiettivo dichiarato è ridurre la dipendenza dalle sole installazioni di Guam, oggi bersaglio designato dei missili cinesi in caso di conflitto.
Il bersaglio del radar, del resto, non è un mistero: guardare la Cina. Ma a Koror più d’un funzionario sospetta che la Cina guardi già Palau — un hotel di proprietà cinese nel cuore della cittadina, temono, potrebbe servire alla sorveglianza delle nuove installazioni.
Remengesau, intanto, ha ottenuto esattamente ciò che aveva chiesto nella sua lettera: strutture costruite dagli americani, e americani che le usano. Resta il rovescio della medaglia, che nessuna lettera può sciogliere: un arcipelago che vive di turismo e lagune è ora un tassello della prima linea del Pacifico — e le prime linee, se la deterrenza funziona, restano cartoline; se fallisce, diventano obiettivi.


