KATHMANDU — Un fronte di ghiaccio di 200.000 metri quadrati, una parete himalayana che si sbriciola, la valanga di roccia e ghiaccio che precipita a valle e le inondazioni che seguono: il 26 agosto il disastro ha ucciso circa 1.400 persone tra il Nepal e il Tibet. Tre settimane dopo, la scienza mette nero su bianco il nome del principale imputato. Il riscaldamento globale di origine umana ha avuto un ruolo «molto forte» nel crollo: è la conclusione del primo studio di attribuzione dedicato alla catastrofe, riferiscono il Guardian e l’agenzia Reuters.

Il meccanismo ricostruito dai ricercatori è lineare. L’aumento delle temperature ha destabilizzato il permafrost — il terreno perennemente gelato che in alta quota fa da cemento alle pareti di roccia — e il ghiaccio che teneva insieme il versante. Quando quel collante ha ceduto, l’intera struttura è venuta giù. Non un evento naturale qualunque, dunque, ma il prodotto diretto di un clima che si scalda: è questa la novità che trasforma una tragedia di montagna in un atto d’accusa.

Ma come si fa a dare la colpa al clima per un singolo crollo? La scienza dell’attribuzione risponde confrontando il mondo reale con un mondo simulato in cui i gas serra dell’era industriale non sono mai stati emessi: se nel secondo l’evento risulta molto più improbabile, la firma del riscaldamento è dimostrata. È una disciplina nata per ondate di calore e alluvioni; applicarla al cedimento di un ghiacciaio è una frontiera recente, e il verdetto «molto forte» è tra i più netti che questo tipo di analisi possa pronunciare.

I precedenti di Chamoli e Sikkim

L’Himalaya aveva già dato segnali inequivocabili. Nel febbraio 2021, nel distretto indiano di Chamoli, in Uttarakhand, il distacco di ghiaccio e roccia da una parete travolse due centrali idroelettriche e uccise circa 200 persone. Nell’ottobre 2023 fu il lago glaciale South Lhonak, nel Sikkim indiano, a tracimare di colpo, spazzando via una diga e decine di vite. Il bilancio del 26 agosto — circa 1.400 morti — colloca però questo disastro tra i più gravi mai registrati sull’arco himalayano per un evento d’alta quota.

Per Kathmandu e Pechino lo studio pesa anche sul piano politico. La partita vera si gioca sul fondo per le perdite e i danni concordato alle conferenze Onu sul clima: gli studi di attribuzione sono lo strumento con cui i Paesi colpiti possono documentare che un disastro non è fatalità ma conseguenza delle emissioni altrui, e chiedere compensazioni. Il Nepal, che alle emissioni globali contribuisce in misura irrisoria, ne paga qui il conto più alto.

Restano i punti oscuri. Non è ancora chiaro quante altre pareti della catena siano tenute insieme da un permafrost ormai in via di scongelamento, né dove il prossimo cedimento potrebbe avvenire: il monitoraggio delle quote estreme himalayane è scarso, i sensori pochi, le valli a rischio densamente abitate. L’Himalaya è il «terzo polo» del pianeta, il serbatoio d’acqua da cui dipendono quasi due miliardi di persone tra Asia meridionale e Cina. Lo studio ha stabilito perché la montagna è crollata. Nessuno, per ora, sa dire dove crollerà la prossima.