SUVA — Joeli Colati convive con l’Hiv da 19 anni. Dirige Fiji Network Plus, la rete delle persone sieropositive dell’arcipelago, e da tempo ripete che il virus «non è solo un problema sanitario»: è fatto di «stigma, povertà, trasporti, riservatezza, paura». Da martedì il suo Paese gli ha dato ragione nel modo più netto.
Il ministro della Salute Atonio Lalabalavu, medico, ha dichiarato il 15 settembre l’emergenza nazionale per l’Hiv: nelle Figi un adulto su 60 è sieropositivo, e una donna incinta su 50. Cinque anni fa la stima era di uno su 167. Le nuove diagnosi del 2025 sono state 2.060, il 27 per cento in più dell’anno precedente, «segno della serietà dell’epidemia e della risposta urgente e coordinata di cui il Paese ha ora bisogno», ha detto il ministro, citato dalla CNN.
I numeri raccontano una corsa. Le persone che vivono con il virus sono circa 9.000; le morti legate all’Hiv sono state 117 nel 2025, contro le 25 del 2021. Un bambino nasce sieropositivo ogni settimana, uno muore di Aids ogni mese: dati presentati alla conferenza mondiale sull’Aids di Rio de Janeiro, insieme a una previsione cupa — senza interventi, le infezioni annue triplicheranno entro il 2030.
«Ciò che mi preoccupa di più è la velocità dell’epidemia e il numero di persone che potrebbero avere l’Hiv senza saperlo», dice Renata Ram, consigliera del programma Onu contro l’Aids per le Figi e il Pacifico. Solo il 39 per cento dei sieropositivi conosce il proprio stato, e appena il 22 per cento è in terapia, contro una media mondiale del 78. Nel mondo le nuove infezioni sono calate del 42 per cento dal 2010; qui vanno nella direzione opposta.
La rotta della droga e la «koda»
Perché proprio le Figi? Perché l’arcipelago è diventato uno snodo del narcotraffico dalle Americhe verso Australia, Nuova Zelanda e Asia, e parte della droga si ferma sulle isole. Nel 2025 circa metà dei nuovi casi con via di trasmissione nota riguarda chi si inietta stupefacenti; in questo gruppo la prevalenza tocca il 64 per cento, ma «l’epidemia sta dilagando in ogni altro gruppo», avverte Jason Mitchell, il medico che guida la task force del ministero sui focolai. Mitchell descrive una pratica locale, la koda: la droga viene mescolata con il sangue prima dell’iniezione. E la cultura della condivisione — il kava bevuto da un’unica ciotola — si riflette nella condivisione degli aghi.
Eppure il Paese non ha mai avuto un programma di scambio siringhe, e la polizia ha preso di mira le farmacie che vendono aghi. Le scorte di test e antiretrovirali si esauriscono spesso; i soldi del Global Fund, il fondo mondiale contro Aids, tubercolosi e malaria, arrivano da un finanziamento multipaese 2024-2026 dal futuro incerto. «Forse la colpa e la vergogna più grande è che tutto questo è prevenibile», dice Mitchell.
Il piano del governo prova a rovesciare la rotta: più test, più cure, la profilassi pre-esposizione — la pillola che previene il contagio — e, per la prima volta, un programma formale di aghi e siringhe. «Chiedo a chiunque possa essere stato esposto all’Hiv, anche condividendo aghi o per sesso senza preservativo, di farsi testare. Non aspettate di sentirvi male», ha detto Lalabalavu. «Una diagnosi non toglie il futuro»: la terapia «può farvi vivere a lungo e in salute».
Ma il nodo resta quello che Colati conosce da 19 anni. «Lo stigma allontana le persone dai servizi che possono aiutarle», ammette lo stesso ministro. La partita vera si gioca lì: convincere i tre su cinque che non sanno di avere il virus a scoprirlo — prima che siano i numeri a scoprirli.



