Le scorte accumulate e le rotte alternative utilizzate per compensare la riduzione delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz si stanno progressivamente esaurendo, aumentando il rischio di una crisi globale dei carburanti. A lanciare l’allarme è Mike Wirth, amministratore delegato di Chevron, secondo il quale gran parte dei margini di sicurezza utilizzati negli ultimi mesi è stata ormai consumata.
Per oltre sei mesi governi e compagnie petrolifere hanno attinto a scorte commerciali e riserve strategiche, utilizzato petroliere come depositi galleggianti e modificato le rotte per limitare le conseguenze della guerra contro l’Iran e delle difficoltà di navigazione attraverso Hormuz. Secondo i dirigenti del settore sentiti dal Wall Street Journal, diventa però sempre più difficile prevedere una rapida diminuzione dei prezzi.
A pesare è anche il danneggiamento dell’oleodotto saudita Est-Ovest, utilizzato per trasportare il greggio verso il Mar Rosso aggirando Hormuz. Circa 2,5 milioni di barili al giorno sarebbero rimasti bloccati in seguito all’attacco contro l’infrastruttura, riducendo una delle principali alternative allo stretto.
La crisi riguarda inoltre la capacità di trasformare il greggio in prodotti raffinati. Le interruzioni negli impianti del Medio Oriente e gli attacchi contro le raffinerie russe hanno ridotto soprattutto la disponibilità di diesel. In Europa le scorte sono scese ai minimi da dodici anni, mentre sono diminuite le forniture mediorientali di diesel e carburante per l’aviazione.
In questo quadro è aumentato il ruolo della raffineria nigeriana di Dangote, diventata un importante fornitore alternativo per il mercato europeo. La crisi sta così modificando anche le tradizionali rotte commerciali dell’energia, aumentando il peso dell’Africa occidentale nell’approvvigionamento europeo di prodotti raffinati.
La scarsità di diesel ha conseguenze particolarmente ampie perché il carburante viene utilizzato nel trasporto pesante, nell’agricoltura, nell’industria e nella produzione di energia attraverso generatori. Gli aumenti dei prezzi possono quindi trasferirsi rapidamente sui costi logistici e alimentari e alimentare nuove pressioni inflazionistiche.
A rendere più complessa la situazione è la contemporanea insicurezza dei due principali passaggi marittimi della regione. Hormuz collega i produttori del Golfo ai mercati mondiali, mentre Bab el-Mandeb permette di raggiungere il Mar Rosso, il Canale di Suez e il Mediterraneo.
Secondo i dati sul traffico marittimo, i transiti attraverso Hormuz sono scesi a poche unità giornaliere e le grandi petroliere e metaniere non attraversano regolarmente lo stretto. Una parte dei movimenti può non essere rilevata a causa dello spegnimento dei sistemi automatici di identificazione, ma la contrazione complessiva del traffico rimane significativa.
Contemporaneamente, la minaccia degli Houthi sulla navigazione attraverso Bab el-Mandeb continua a spingere alcune compagnie verso rotte più lunghe. Anche senza una chiusura completa degli stretti, il rischio di attacchi è sufficiente ad aumentare i premi assicurativi e i tempi di navigazione e a ridurre la disponibilità effettiva di energia sui mercati.
Una presenza navale internazionale può proteggere parte del traffico e intercettare missili e droni, ma non può eliminare completamente le minacce contro petroliere, oleodotti, terminal e raffinerie. Un eventuale tentativo di garantire militarmente la piena riapertura di Hormuz comporterebbe inoltre il rischio di un’ulteriore escalation con l’Iran.
Il Brent si mantiene intorno ai 108 dollari al barile nonostante il recente aumento delle scorte statunitensi, segnalando quanto il mercato continui a valutare soprattutto i rischi legati alle forniture mediorientali.
L’evoluzione dipenderà ora dalla durata delle riparazioni dell’oleodotto saudita, dalla possibilità di recuperare almeno parte del traffico attraverso Hormuz e dall’andamento degli attacchi nel Mar Rosso. Un ulteriore coinvolgimento di raffinerie, terminal o grandi impianti di trattamento sauditi potrebbe aggravare sensibilmente la situazione.
Il problema non è quindi l’esaurimento delle riserve petrolifere mondiali, ma la riduzione della quantità di greggio e carburanti immediatamente disponibili, trasportabili e raffinabili. Dopo mesi nei quali scorte e infrastrutture alternative hanno assorbito gli effetti della crisi, la progressiva diminuzione di questi margini rende il mercato energetico mondiale più vulnerabile a ogni nuova interruzione delle forniture.




