MOSCA — La frase è secca, calibrata per arrivare in tutte le capitali del continente. «In questo momento dicono che stanno valutando come mandare truppe sul territorio ucraino. Questo significa una guerra contro la Russia», ha detto venerdì il presidente russo Vladimir Putin, rivolto ai leader europei. Le sue parole sono state riferite dalle agenzie di stampa russe, organi che fanno capo allo Stato, e rilanciate in poche ore in mezzo mondo.
Il messaggio è doppio, e volutamente contraddittorio solo in apparenza: da un lato l’avvertimento di guerra, dall’altro la rassicurazione. «Non stiamo minacciando e non abbiamo intenzione di minacciare i Paesi europei. Perché dovremmo?», ha aggiunto Putin. «Nessuno si rende conto che non abbiamo alcuna ragione per entrare in conflitto con l’Europa».
Poi l’affondo politico contro i governi del continente, accusati di alimentare la paura per giustificare il riarmo: i leader europei «spaventano le loro popolazioni con una minaccia immaginaria proveniente dalla Russia». E ancora: «Questa minaccia non esiste e non è mai esistita».
È una novità? No, ed è proprio questo il punto. Mosca ripete da anni che la presenza di soldati occidentali sul suolo ucraino è una «linea rossa» da non oltrepassare. Ma stavolta Putin ha scelto di pronunciare la parola «guerra» senza giri di frase, nel momento in cui in Europa la discussione su un possibile contingente da inviare a Kiev è tornata concreta. Il destinatario non è l’Ucraina: sono le cancellerie che quel dispiegamento lo stanno valutando davvero.
La richiesta di Zelensky
Intanto, sull’altro fronte, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky gioca la carta americana. Dopo gli ultimi raid russi, che hanno provocato nuove vittime nel Paese, ha chiesto al presidente statunitense Donald Trump di imporre «già da ora» sanzioni severe contro Mosca, riferisce Le Monde. La logica è trasparente: se l’Europa esita sui soldati, che almeno Washington colpisca subito il portafoglio del Cremlino.
Le due mosse — l’avvertimento di Putin e l’appello di Zelensky — raccontano la stessa partita vista dai due lati del fronte. Per Mosca, tenere gli europei fuori dal terreno ucraino vale quanto una vittoria militare. Per Kiev, ogni settimana senza nuove sanzioni è ossigeno per la macchina bellica russa.
La storia di questa guerra è anche una storia di linee rosse tracciate, spostate e superate. Dal febbraio 2022, quando la Russia lanciò l’offensiva su larga scala contro l’Ucraina, l’Occidente ha via via infranto tabù che sembravano invalicabili: prima i carri armati, poi i caccia, poi i missili a lungo raggio. Ogni volta Mosca aveva evocato conseguenze catastrofiche. Ogni volta la soglia si è rivelata mobile.
Ma c’è un precedente che pesa più di tutti, e che a Kiev nessuno ha dimenticato. Anche alla vigilia di quel febbraio 2022 il Cremlino giurava di non avere alcuna intenzione di attaccare, e liquidava gli allarmi occidentali come isteria. Poche settimane dopo, le colonne di carri armati muovevano verso Kiev. È il ricordo che oggi dà alle rassicurazioni di Putin — «non stiamo minacciando nessuno» — il suono che hanno nelle capitali europee.




