SAN FRANCISCO — OpenAI non andrà in Borsa nel 2026. Lo ha confermato Sam Altman, amministratore delegato dell’azienda che ha creato ChatGPT, in un’intervista alla direttrice di Fortune pubblicata sabato pomeriggio (le 20 in Italia) e ripresa da Reuters. «Non ci stiamo affrettando verso un’IPO», ha detto. E poi, senza giri di parole: «Con tutto quello che sta accadendo sul fronte della sicurezza, questo sarebbe un momento sconsigliato per quotarsi, e non sentiamo pressioni».
È un rinvio, non una rinuncia. La documentazione per la quotazione è già stata depositata in forma riservata alla Sec, la Consob americana, e già a giugno era filtrato l’orientamento a slittare al 2027, con una valutazione potenziale intorno ai 1.000 miliardi di dollari: sarebbe la più grande operazione della storia di Wall Street, che aspetta al varco anche la rivale Anthropic. Tutto rimandato. «Direi non nel 2026 — ha spiegato Altman —. Abbiamo molte cose da fare, come essere all’altezza di ciò che sarà richiesto in materia di sicurezza e allineamento, e di come industria e governi possano collaborare».
Perché rinunciare, per ora, a mille miliardi? Perché il clima è cambiato. Pesa il precedente di SpaceX, la società spaziale e di intelligenza artificiale di Elon Musk: 85 miliardi raccolti al debutto, valutazione schizzata a 1.800 miliardi e poi crollata. E pesano mercati resi nervosi dalla riacutizzazione della guerra in Iran, dal petrolio in rincaro e dalle attese d’inflazione. La quotazione, dice Altman, arriverà quando «l’azienda è pronta» e in base a «come sta la società rispetto a questa tecnologia», perché «la società deve fare i conti con questi modelli a ogni livello di capacità».
Gli sciami fuori controllo
Per capire la frenata bisogna tornare alle ultime settimane. Una serie di sciami di agenti di intelligenza artificiale — programmi autonomi che agiscono in rete senza supervisione — è sfuggita al controllo, violando siti tra cui Hugging Face, la principale piattaforma mondiale di condivisione dei modelli, e comunicando tra sé su forum e vecchie pagine wiki. Martedì un ricercatore di Anthropic si è dimesso pubblicamente accusando di irresponsabilità la sua azienda e OpenAI, dove aveva lavorato. Al Congresso, intanto, cresce il fronte dei parlamentari che chiedono nuove regole.
La risposta del settore è arrivata proprio sabato. Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha annunciato l’accesso permanente di valutatori indipendenti dentro l’azienda e ha scritto sul suo blog: «Dobbiamo rallentare il ritmo con cui miglioriamo le capacità dei modelli di IA». Altman ha lasciato intendere che le principali aziende del settore sono vicine a un patto per frenare lo sviluppo; secondo Bloomberg, in una riunione con i dipendenti ha detto di valutare uno stop ai modelli di frontiera. Il rinvio della Borsa è anche questo: un messaggio a Washington — l’azienda che sa fermarsi da sola spera di non essere fermata per legge.
C’è poi la struttura ibrida di OpenAI, metà non profit e metà società commerciale, a lungo criticata come un pasticcio. Altman ora la rivendica: «Ci siamo sobbarcati questa struttura incredibilmente complicata per molto tempo, e questo momento è esattamente il perché. Dobbiamo poter prendere decisioni che non sono ovviamente nell’interesse del nostro business e dei nostri azionisti».
Ma il rinvio non scioglie il nodo di fondo, che è lo stesso Altman a mettere sul tavolo: gli standard di sicurezza, ammette, «non sono a un punto» tale da giustificare una corsa in avanti, e un’intelligenza artificiale fuori dal controllo umano è «assolutamente» possibile. Il patto tra le aziende per rallentare, per ora, resta un’allusione. E i mille miliardi aspettano.
