NEW YORK — Per riavere il proprio ambasciatore a Washington, la Francia ha dovuto scusarsi pubblicamente per un tweet. Il messaggio, apparso a fine luglio sull’account della missione francese alle Nazioni Unite, diceva: «Gli Stati Uniti erano un faro dei diritti umani. Non più». Dodici parole in inglese che hanno congelato per settimane i rapporti tra due alleati con due secoli e mezzo di storia comune.
Venerdì la Rappresentanza permanente francese all’Onu ha pubblicato sul proprio sito, in inglese, una dichiarazione di «rammarico» per quel post. Sabato un funzionario del Dipartimento di Stato, l’equivalente americano della Farnesina, ha risposto all’AFP: «Prendiamo atto della dichiarazione della Francia e la apprezziamo, e contiamo di lavorare insieme per far avanzare valori e interessi condivisi». Dietro lo scambio di cortesie c’è la sostanza: Washington sblocca la nomina di Aurélien Lechevallier, l’ambasciatore designato da Emmanuel Macron per sostituire l’uscente Laurent Bili, ferma da settimane, riferisce Politico Europe.
Il comunicato francese è un piccolo capolavoro di equilibrismo. «Francia e Stati Uniti hanno recentemente preso posizioni diverse su un voto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Questa differenza riguardava un voto, non la difesa dei diritti umani», si legge. E ancora: «Divergenze pubbliche su un voto non ostacolano il dialogo stretto con gli Stati Uniti e non mettono in discussione la nostra alleanza storica». Parigi non ritratta il merito. Ma paga il pedaggio.
Perché serviva il via libera americano? Perché ogni ambasciatore, prima di partire, deve ricevere il gradimento del Paese ospitante — l’«agrément», nel gergo diplomatico — e il Dipartimento di Stato lo teneva nel cassetto, lasciando di fatto acefala la guida dell’ambasciata francese negli Stati Uniti.
Il voto del 24 luglio
All’origine della lite c’è il rinnovo del mandato di Volker Türk, l’Alto commissario Onu per i diritti umani. Il 24 luglio l’Assemblea generale lo conferma; gli Stati Uniti votano contro, uno dei dieci Paesi contrari, in compagnia di Corea del Nord, Russia, Nicaragua e Israele. Il giorno dopo la missione francese pubblica su X la frase sul faro spento. A Washington la leggono come uno schiaffo.
La rappresaglia è arrivata su due binari. Pochi giorni dopo il voto, il rappresentante americano è uscito dall’aula del Consiglio di sicurezza quando ha preso la parola l’ambasciatore francese Jérôme Bonnafont — un gesto plateale, in un’aula dove tutto è calibrato al millimetro. Poi il congelamento silenzioso del gradimento a Lechevallier, attuale capo di gabinetto del ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot e uomo di fiducia dell’Eliseo. Il primo gesto era per le telecamere, il secondo per i negoziatori.
Ha funzionato. La Francia, che sui diritti umani costruisce da decenni una parte della propria identità diplomatica, ha messo nero su bianco che quel voto non conta. E l’amministrazione americana ha incassato ciò che voleva: la dimostrazione che una critica pubblica, anche su un tema di principio, ha un prezzo concreto — un’ambasciata bloccata.
Il bersaglio, del resto, non era soltanto Parigi. Ogni cancelleria alleata ha ora davanti agli occhi la tariffa: un tweet contro Washington può costare mesi di paralisi diplomatica, e la via d’uscita passa per una ritrattazione scritta in inglese, sul sito ufficiale, a beneficio di tutti. Lechevallier partirà per Washington. Il faro, quello, resta spento.


