di C. Alessandro Mauceri –
Tra i paesi europei è in atto una corsa sfrenata agli armamenti. Alcuni paesi, come Ucraina, Lituania, Estonia, Polonia e recentemente anche la Finlandia hanno comunicato ufficialmente la propria revoca all’adesione al Trattato per la messa al bando delle mine antiuomo (che ogni anno uccidono e causano decine di migliaia di feriti tra i civili anche dopo la fine dei conflitti). La giustificazione è stata la guerra in atto tra Russia e Ucraina.
Entro il 2030, la Polonia sarà la prima potenza corazzata d’Europa. L’accordo commerciale siglato a Gliwice pochi giorni fa con la Corea del Sud prevede l’acquisto di 180 carri armati e 81 veicoli blindati “di supporto” progettati dalla Hyundai Rotem. Grazie a questa “lista della spesa”, Varsavia a breve disporrà di oltre mille carri armati operativi. Più di quelli di Regno Unito, Francia, Germania e Italia messi insieme (si fermerebbero solo a 950). In Europa, solo due Stati ne hanno di più: Grecia (quella che era a rischio fallimento solo qualche anno fa) e Turchia, rispettivamente 1.344 e 2.238.
Una corsa a comprare armi e sistemi d’offesa (nessuno crede più alla giustificazione che si tratta di armi per la difesa) che ha costi senza precedenti. L’accordo siglato dalla Polonia con la Corea del Sud, ad esempio, prevede una spesa di oltre sei miliardi di euro, che si aggiungono ai 3,4 miliardi di dollari del contratto del 2022 per l’acquisto di lanciarazzi Chunmoo, aerei da combattimento leggeri FA-50 e obici semoventi K9. E la Germania, a causa delle maggiori spese in questo settore, ha già chiesto di poter non rispettare il famoso rapporto del 3% tra deficit e PIL.
Ogni volta, i leader politici presentano questi programmi con frasi cariche d’orgoglio: il vicepremier e ministro della Difesa Władysław Kosiniak-Kamysz, ha sottolineato l’importanza della firma dell’intesa per l’acquisto di queste armi in occasione dell’81esimo anniversario della Rivolta di Varsavia: “È un grande affare per la sicurezza della nostra patria, per la nostra industria bellica. L’accordo avvia il processo di ripristino della produzione di carri armati nel nostro paese”.
La realtà è che molti dei paesi europei che spendono decine di miliardi di dollari in armi e armamenti non sanno dove trovare i soldi per farlo. Per questo la Commissione europea ha lanciato SAFE, acronimo di “Security Action For Europe”. programma che prevede la concessione di prestiti a 18 Stati membri per finanziare programmi di difesa per il quinquennio 2026-2030. Il tutto pensato per non intaccare il Patto di Stabilità (come voleva la Germania). Il tutto anche con lo scopo di potenziare l’industria bellica Ue: i contratti di approvvigionamento devono garantire che non più del 35% dei costi dei componenti devono riguardare armi e armamenti prodotti da paesi al di fuori dell’UE, del SEE-EFTA o dell’Ucraina. Ma sono state già trovate delle scappatoie: alcuni paesi, Regno Unito, Corea del Sud e Giappone, potranno partecipare alla quota del 65%, grazia alla stipula di accordi bilaterali specifici. Unici esclusi, per ora, gli Stati Uniti d’America, nonostante l’accordo sui dazi che prevede l’acquisto di armamenti americani da parte dell’Ue.
A pagare, come sempre, saranno i contribuenti degli Stati aderenti. Una spada di Damocle che graverà sulla loro testa per decenni: il piano di rimborso prevede infatti piani di rientro fino a quarantacinque anni!
Anche l’Italia, nel totale silenzio dei media nazionali, ha aderito al programma SAFE. La decisione è stata presa ufficialmente pochi giorni fa, nel corso di una riunione alla quale hanno partecipato la premier Meloni, i vice Tajani e Salvini, il ministro dell’Economia Giorgetti, il titolare della Difesa Crosetto e il ministro per gli Affari europei Foti. Tra le poche notizie circolate quella che la “lista della spesa” di armi e armamenti da finanziare con i soldi dei contribuenti italiani comprenderebbe anche stock di munizioni, artiglieria e missilistiche già promesse all’Ucraina.
Secondo alcuni analisti si tratta di un cambiamento epocale: non si era mai vista una simile corsa alle armi se non in periodi di guerra dichiarata. Anche durante la Guerra Fredda la maggior parte dei paesi facevano ricorso al sistema di procurement just in time. Ovvero le armi venivano acquistate solo al momento del bisogno. Due i motivi e pienamente condivisibili: il primo era non spendere miliardi di armi e armamenti in armi e munizioni inutili; il secondo è che molti di questi dispositivi, diventano rapidamente obsoleti e quindi non sono più utili allo scopo.
Quanto sta avvenendo ne è la conferma. L’Italia, ha speso recentemente decine di miliardi per comprare F35. Aerei da combattimento che dovrebbe essere all’avanguardia. Eppure, come ricorda StarMag Difesa, ecco perché l’Italia ricorrerà ai prestiti europei Safe; nel piano 2026-2030, rientrerebbe anche l’acquisto di ventiquattro caccia Eurofighter (il cui costo supera i sette miliardi di euro).
Per altri si tratta di una decisione che on renderà l’Italia e l’Ue più sicure. “Negli ultimi mesi il governo ha fatto annunci su grossi programmi di acquisizione di carri armati, veicoli da combattimento per la fanteria e altro, acquisizioni che avrebbero comportato un aumento dei costi senza un sostanziale aumento del budget della difesa”, ha dichiarato Elio Calcagno, ricercatore nel programma “Difesa, sicurezza e spazio” dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) in una recente intervista. “Più che guardare al target del 3,5 per cento del PIL per la difesa, i fondi dello strumento SAFE potrebbero essere indirizzati a rafforzare la prontezza e la reattività del settore della Difesa italiana”, ha aggiunto. Potenziare la difesa e il comparto militare richiederebbe interventi diversi. I quattordici miliardi presi in prestito dall’Italia dal fondo SAFE significheranno mediamente poco meno di tre miliardi ogni anno. Ma il budget italiano per la Difesa si aggira intorno ai trentuno miliardi di euro, circa l’1,5 per cento del PIL. “Se l’obiettivo è avvicinarsi al due per cento del PIL, che è il vecchio target NATO, (il programma SAFE) non è un aiuto poi così grande”, dice Calcagno.
Forse è per questo che i media hanno parlato poco del programma SAFE, lanciato in gran silenzio dalla Commissione europea e dai paesi aderenti. Eppure si tratta di una decisione importante: fa parte del piano di riarmo “Readiness 2030” presentato a marzo da Ursula von der Leyen, ee adottato dai governi dei ventisette Stati membri nonostante il costo astronomico di 800 miliardi di euro. Non far sapere che è in atto una sfrenata corsa agli armamenti che costerà centinaia di miliardi che i contribuenti europei dovranno pagare per i prossimi decenni non renderà più sicura (safe) l’Ue e certo non renderà più preparati (ready) i paesi aderenti in caso di potenziali attacchi.












